Harry Potter e il Principe Mezzosangue

Luglio 15, 2009 di cineclick

harrypottereilprincipemezzosangueRECENSIONE
titolo originale: Harry Potter and the Half-Blood Prince
regia: David Yates
cast: Daniel Radcliffe, Rupert Grint, Emma Watson, Jim Broadbent, Michael Gambon, Alan Rickman
genere: Fantasy
nazione: USA, Gran Bretagna
anno: 2009
durata: 153’
distribuzione: Warner Bros. Italia
uscita nelle sale: 15/07/2009

La saga più ricca, sontuosa, remunerativa degli ultimi anni, letterari e cinematografici, sta per approdare al gran finale: Harry Potter, il mago adolescente nato dalla penna di J.K.Rowling, quasi adulto e titillato dall’amore sta per chiudere le sue avventure con una specie di “trilogia finale”, visto che al sesto capitolo, in questi giorni nelle sale, si affiancherà un settimo diviso in due pellicole.
Tutte e tre dirette da David Yates, regista televisivo approdato al mainstream puro, grazie a i film di magia ambientati a Hogwarts; ma se già il quinto capitolo, pur soddisfacente, dava qualche segno di cedimento, questo sesto si pone come uno dei meno belli dell’intera serie.
Voldemort ormai sta per sferrare l’attacco finale; così, mentre la scuola procede coi consueti cambi di professori e i travagli sentimentali, Silente ha bisogno di cercare nel passato del signore del male, per capire qual è il suo punto debole. E Harry, nel frattempo, entra in possesso di un libro particolare.
Più di 600 pagine vorticose non sono facili da ridurre, sebbene in due ore e mezza, così la sceneggiatura di Steve Kloves, oltre a prendere un’altra e più semplice via, quella della commedia sentimentale, mette da parte il dramma fantasy e avventuroso per il finale, pasticciando però un po’ troppo.
Il film prosegue la scia del quarto capitolo (non a caso lo sceneggiatore è lo stesso) cercando di raccontare un romanzo di formazione a più voci scendendo realmente ad altezza ragazzo e parlando di cose che a loro sono molto più congeniali, come l’amore e i rapporti sociali, difficili e imbarazzanti, lasciando il coté fantasy come collante emotivo e traino narrativo da utilizzare per il crescendo finale.
Ma qualcosa non funziona e resta incompiuto e inconcludente e non perché l’intreccio prosegue nel film successivo, ma perché Yates pasticcia con la struttura narrativa, dilata all’eccesso i tempi del racconto, perché nel frullare gli elementi filmici e narrativi, travisandone lo spirito, si affida troppo alla condiscendenza dei suoi fans, piuttosto che al coinvolgimento dello spettatore. Che di sicuro apprezzerà il ritmo ironico delle turbe amorose e dei siparietti, ma deve accontentarsi di un finale frettoloso e poco emotivo (e sì che con quello che succede, il pathos abbondava).
Rispetto al film precedente cambia il rapporto tra regia e adattamento: se ne L’Ordine della Fenice, la regia faticava a rendere la tensione sottile dell’adattamento, in questo Yates riesce a trovare una chiave di messinscena a un tempo efficace, affascinante, complessa, matura, che però si scontra con un adattamento sgangherato, zoppicante nella costruzione e inadatto al materiale da narrare.
Il tutto senza particolare aiuto da parte del protagonista, Daniel Radcliffe, che recita ancora come se avesse 11 anni (cioè da dilettante) e perde il confronto non solo con attori straordinari come Michael Gambon, Jim Broadbent, Alan Rickman o Helen Bonham-Carter, ma anche coi colleghi più giovani, tra cui vogliamo segnalare la strampalata Evanna Lynch. E comunica agli spettatori che, se anche gli ultimi due episodi della serie dovessero risollevare la tenuta della serie, la forza comunicativa del personaggio di Potter e della scuola di Hogwarts si è definitivamente “persa nella traduzione”.

Emanuele Rauco
giudizio: 6

Notorius B.I.G.

Luglio 15, 2009 di cineclick

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titolo originale: Notorious
regia: George Tillman jr.
cast: Jamal Woolard, Derek Luke, Angela Bassett, Antonique Smith
genere: Biografico
nazione: USA
anno: 2008
durata: 98’
distribuzione: 20th Century Fox
uscita nelle sale: 17/07/2009

La musica e la cronaca a metà degli anni ’90 furono turbati  dalla guerra tra rapper che fece non poche vittime tra le quali due tra i più rivoluzionari tra gli artisti hip hop, Tupac Shakur e Notorious B.I.G. tra i principali protagonisti) di una rivalità musicale e umana, oltre che legale (e qui si annidano i maggiori sospetti) che infiammò i media dell’epoca.
A quest’epoca, e alla vita di B.I.G. (che sta per Business Instead Games), è rivolto il nuovo film di George Tillman jr., specializzato in pellicole traboccanti di orgoglio nero, che non riesce però ad andare al di là di una mediocrità da prodotto hollywoodiano pre-confezionato.
L’ascesa di Christopher Wallace – questo il vero nome di Notorious B.I.G. – dai suoi inizi come spacciatore di crack a Brooklyn, fino al successo come protagonista indiscusso della scena hip-pop.
La sceneggiatura di Reggie Rock Bythewood e Cheo Hodari Coker non ha paura di rispettare tutte le norme del film biografico, ricamando sulla vita, l’infanzia, gli amori del corpulento protagonista e dicendo la propria sulle beghe legali e musicali che travolsero la scena hip-hop in quei vorticosi anni.
Il film traccia infatti un quadro del conflitto verbale, musicale e a mano armata, tra East e West Coast, per meglio dire tra Bad Boy e Death Row, le etichette musicali che si contendevano gli artisti black dell’epoca; e Tillman jr. usa questo sfondo per raccontare la (sub)cultura nera del gangsta rap, musica ossessiva e ripetitiva, piena di violenza ed emblema di una mentalità machista e razzista che colpisce gran parte del popolo afro-americano.
Ma un film prodotto dallo stesso Daddy (accusato assieme al suo protetto Notorious dell’omicidio di Tupac), dalla madre di Notorious e interpretato dal figlio non può essere attendibile e tra agiografia appena macchiata da sesso e droga, il film vive degli stessi pregi (pochi) e difetti (molti), della cultura che racconta e che ha appaltato le ragioni produttive del film, eliminandone quelle narrative e artistiche.
Una regia totalmente assente, che dà tracce di sé solo utilizzando immagini e interviste di repertorio, che si affianca a una sceneggiatura furbesca e truffaldina, in cui la manipolazione di fatti noti all’opinione pubblica si esalta con la finta saggezza e la vera retorica, culminando in un finale moralistico, scritto in sovrimpressione.
Un biopic standard per un pubblico afro-americano standard che non solo racconta piattamente la vita dell’artista, ma vorrebbe anche farne il santino, già sulla scrivania di Stallone che doveva realizzarne un’opera d’inchiesta, e diventato solo un modo per rilanciare figure non proprio sulla vetta come Faith Evans, Lil’ Kim o lo stesso Daddy, interpretati da attori che si curano più della somiglianza che della prova recitativa. Sperando solo che con questo film si riesca nel miracolo di far riflettere il pubblico sulla condizione culturale e artistica del popolo nero.

Emanuele Rauco
giudizio: 5

Una notte con Beth Cooper

Luglio 15, 2009 di cineclick

unanotteconbethcooperRECENSIONE
titolo originale: I love you, Beth Cooper
regia: Chris Columbus
cast: Hayden Panettiere, Paul Rust, Jack Carpenter, Lauren London, Lauren Storm
genere: Commedia
nazione: USA
anno: 2009
durata: 102’
distribuzione: 20th Century Fox
uscita nelle sale: 10/07/2009

Una notte con Beth Cooper si apre sul giorno del diploma, l’ultima occasione per lo “sfigato” Denis Cooverman (Paul Rust) di dichiarare il suo amore alla più bella della scuola, Beth Cooper (Hayden Panettiere). Un gesto eclatante, dal podio della cerimonia scolastica, davanti a tutti gli studenti. Un’opportunità da non lasciarsi scappare, per vivere senza rimpianti. Il giorno seguente, infatti, ognuno andrà per la propria strada e “la ragazza dei sogni” continuerà a vivere ignorando l’esistenza del suo ammiratore segreto. Il rischio è alto, coprirsi di ridicolo davanti a tutti, ma il ragazzo si lascia convincere dal miglior amico Rich (Jack Carpenter) a cogliere l’attimo. Preso dall’entusiasmo, Denis non solo proclama il suo amore, ma tira giù la maschera anche ai suoi compagni di scuola, dal bullo con traumi infantili alla svampita con carenze d’affetto, ottenendo il risultato di inimicarsi tutti i presenti. Tuttavia il suo discorso ottiene anche l’effetto sperato, e la seducente Beth si presenta il giorno stesso alla porta di casa di Denis per fargli passare una notte da non dimenticare.
Quanta tristezza ci fa vedere un regista di talento come Chris Columbus, il quale ha diretto i primi due capitoli della saga di Harry Potter e ci ha regalato classici come Mamma, ho perso l’aereo, associare il suo nome ad un film talmente banale da poter essere definito la sagra del già visto. Dall’auto-citazionismo (Tutto quella notte) agli innumerevoli riferimenti al cinema di John Hughes, fino al recente e sottovalutato La ragazza della porta accanto, la pellicola  mette in fila una serie di situazioni trite e ritrite, facendo largo uso di ogni stereotipo della commedia giovanilistica. Nel momento in cui il cinema americano si sforza di re-inventare i generi per risultare originale e ritrovare la vena creativa, il film di Columbus fa di tutto per andare nella direzione opposta. Tutto ciò che andrebbe evitato, lo fa. Ci si chiede, allora, a cosa serve un film come Una notte con Beth Cooper? Allo spettatore a mangiarsi con gli occhi le grazie della sensuale Hayden Panettiere, cheerleader nel film come nella serie tv Heroes che le ha dato fama internazionale. Panettiere, infatti, interpreta con impegno una perfetta “Barbie”, impreziosita da un lato selvaggio e sadico ignoto al proprio adulatore, con l’aiuto anche di accorgimenti sui costumi che ne esaltano le curve. Alla protagonista, invece, sarebbe dovuto servire a consacrarne il nome, dato che la pellicola le è stata costruita intorno, ma non siamo tanto sicuri di quanto il risultato finale possa esserle d’aiuto. Una notte con Beth Cooper è tratto dal romanzo omonimo di Larry Doyle, vincitore di riconoscimenti letterari e diventato un piccolo culto. Non è la prima volta che un buon libro si traduce in un film insoddisfacente, non sorprende nessuno, quello che sorprende però (e fa paura) è che il curatore della sceneggiatura sia lo stesso autore del libro. Privare dell’anima la propria opera non è da tutti, e certo non è da Larry Doyle, il quale ha costruito la propria credibilità grazie agli episodi de I Simpson e di Beavis and Butt-head da lui curati. Ce ne sarebbe da dire anche sul cast, da Paul Rust, assolutamente poco credibile nel ruolo di un diciottenne, al malcapitato Alan Ruck (il migliore amico di Matthew Broderick in Una pazza giornata di vacanza) qui nel ruolo del padre di Denis. Ma scegliamo di non infierire.

Michael Traversa
giudizio: 4

Bruno

Luglio 11, 2009 di cineclick

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titolo originale: Brüno
regia: Larry Charles
cast: Sacha Baron Cohen
genere: Commedia
nazione: USA
anno: 2009
durata: 83’
distribuzione: Medusa
uscita nelle sale: 23/10/2009

Dopo il planetario successo di Borat – Studio culturale sull’America a beneficio della gloriosa nazione del Kazakistan, quel geniaccio di Sacha Baron Cohen ci riprova, questa volta ripescando dal suo show televisivo il personaggio di Bruno, stravagante giornalista e stilista austriaco, dichiaratamente omosessuale. La sua missione: diventare famoso. Più del suo compatriota Adolf Hitler (sic!). E quale meta migliore se non l’America, dove ci si può proclamare celebrità per il semplice motivo di esserlo, come Paris Hilton e Kim Kardashian ci insegnano?
Bruno passa dalle sfilate di moda milanesi ad un talk show dove si presenta come ragazzo padre, dopo aver adottato un bambino africano di colore, al quale ha “appropriatamente” dato il nome di O.J. Cerca disperatamente di intervistare personaggi famosi organizzando un salotto con poltrone umane (messicani, disposti a tutto per due denari) e si confronta con le celle terroristiche del Medio Oriente, da lui chiamato la Terra di Mezzo (di Tolkeniana memoria). Ovunque si rechi scatena un putiferio e, spesso, rischia il linciaggio.
Bruno, profetizziamo, non arriverà neanche lontanamente vicino al successo di Borat.
Il film, se non si è già intuito, parte con un forte handicap, ed è la mancanza di originalità ed effetto sorpresa, che aveva fatto la fortuna della precedente fatica. Non basta spingersi oltre la soglia del lecito: le provocazioni finiscono spesso per mancare il bersaglio.
Inoltre l’esile trama manca completamente di un filo conduttore (sogni di gloria e fama? Un po’ pochino) e appare invece come un ammasso di scenette, appiccicate una all’altra, che faticherebbero a stare insieme persino con la colla.
Bruno funziona davvero solo nei rari momenti in cui Baron Cohen ritrova lo spirito sovversivo che animava Borat, lanciandosi nelle interviste a persone reali, ignare di chi si trovano davanti. È qui che dà il meglio di sé, smascherando le ipocrisie dell’animo umano. È il caso delle madri disposte a tutto per il successo dei propri pargoli, dei catechisti il cui obiettivo è riconvertire gli omosessuali all’eterosessualità.
Fallisce miseramente, invece, nell’approccio ai vip, con incontri troppo brevi (Paula Abdul, Harrison Ford) e fastidiosi (Bruno alle sfilate milanesi non fa luce su nessun retroscena del mondo della moda, crea solamente fracasso e confusione).
Dietro l’angolo c’è sempre la sensazione che ad essere preso in giro sia proprio il pubblico. Durante la visione sembra di assistere ad una puntata di Scherzi a Parte, dove la metà delle vittime è consapevole e partecipe volontaria dello scherzo e l’altra metà si accorge del trucco quasi subito. È tale la sensazione di forzatura che sorge il sospetto che alcune sequenze siano state ricreate a tavolino e che sia tutta in messinscena. Ciò è particolarmente evidente, ad esempio, quando Bruno si confronta con i militari in caserma.
Risulta fastidiosa anche la presenza delle barre di censura. E se nell’episodio degli scambisti è comprensibile (sono reali scene di sesso quelle che si vedono), è gratuita in quello tra il protagonista e il suo partner. Ma, almeno in questo, non è tanto colpa degli autori quanto delle strane regolamentazioni americane in merito ai divieti ai minori.
Forse è arrivato il momento per Sacha Baron Cohen di creare qualcosa di nuovo, anziché porre ogni volta un personaggio diverso essenzialmente nelle stesse situazioni.

dal nostro inviato a Los Angeles, Michael Traversa
giudizio: 5

La rivolta delle Ex

Luglio 2, 2009 di cineclick

larivoltadelleexRECENSIONE
titolo originale: Ghosts of Girlfriend Past
regia: Mark Waters
cast: Matthew McConaughey, Jennifer Garner, Michael Douglas, Emma Stone
genere: Commedia
nazione: USA
anno: 2009
durata: 98’
distribuzione: Warner Bros. Italia
uscita nelle sale: 03/07/2009

La commedia sentimentale, come prodotto industriale per eccellenza, rappresenta un po’ lo specchio dello stato di salute del cinema hollywoodiano in questa fase in cui, la crisi economica sembra essersi riversate sulle produzioni e sulle idee: e se ci s’imbatte in un film in cui l’idea portante è quella dei fantasmi del Canto di Natale di Dickens, trasportata al cinema infinite volte, si può cominciare a preoccuparsi seriamente.
Perché il settimo film di Mark Waters, per cercare di dire qualcosa di diverso su temi antichissimi come il matrimonio e l’amore contro la dissolutezza dei costumi, deve riesumare i tre fantasmi con cui si riportava Scrooge sulla retta via e realizzare così un film scontato e insulso che soffoca lo spettatore col suo perbenismo e la sua melassa.
Connor Mead è un ricco e famoso fotografo che usa le donne esattamente come i rullini della sua macchina fotografica: invitato al matrimonio del fratello, al quale è contrario, incontra la sua vecchia fidanzata Jenny. Visto che la sua indole sta per rovinare le nozze, il defunto zio Wayne (suo maestro di vita) gli manda tre fantasmi, quello delle ex passate, presenti e future, per cercare di dargli una bella lezione.
Oltre che abusato, lo spunto nella sceneggiatura di Jon Lucas e Scott Moore è anche del tutto fuori luogo e finisce per trasformare una commedia di banali caratteri in una banale commedia di caratteri, per di più dal sottofondo moralista e discutibilmente sessista.
Il film è, abbastanza esplicitamente, una propaganda sfacciata al matrimonio, alla vita perbene, alla rispettabilità delle istituzioni contro la dissipatezza della vita moderna (e di certo, Waters non può paragonarsi al Cicerone di O tempora o mores) e nonostante i difetti e i limiti che queste possono rivelare della persona amata (ad esempio l’isteria che questo momento comporterebbe nelle donne): in questo senso, oltre l’assoluto e urticante conformismo degli assunti, sbalordisce la ginofobia nascosta nel ritratto delle donne e nel loro rapporto con l’amore e coi maschi, sempre assolvibili o redenti.
Quello che manca soprattutto nel film di Waters è la minima ironia e leggerezza nel discorso, sostituita dalla grana grossa delle gag, da pretese oniriche di messinscena, da ruffianerie sparse e travestite da spunti metalinguistica, in cui l’uso di una colonna sonora esclusivamente anni ’80 rivela il vero target del film, cioè vecchi adolescenti mai cresciuti, ed edulcora il tutto.
Tanto che dopo un film del genere, in cui la sceneggiatura deve ricondurre tutto al buon senso “materno” nemmeno fossimo nelle sitcom anni ’50, viene voglia di una scorribanda di follia e vitalità da commedia demenziale, cosa che ovviamente Waters non sa offrire, accontentandosi della bella fotografia di Daryn Okada.
Un film dimenticabile e irrisorio che sarebbe del tutto deprecabile se, agli spenti Matthew McConaughey e Jennifer Garner (che però farebbe innamorare anche una statua cieca), non si affiancasse un grande Michael Douglas, arzillo come non mai. E che fa dimenticare allo spettatore di trovarsi in una specie d’inferno in cui i sorrisi e la compostezza camuffano il puzzo di zolfo.

Emanuele Rauco
giudizio: 5

Miss Marzo

Luglio 2, 2009 di cineclick

missmarzoRECENSIONE
titolo originale: Miss March
regia: Zach Cregger, Trevor Moore
cast: Zach Cregger, Trevor Moore, Raquel Alessi, Craig Robinson, Molly Stanton
genere: Commedia
nazione: USA
anno: 2009
durata: 90’
distribuzione: 20th Century Fox
uscita nelle sale: 03/07/2009

Quando si parla di gioventù e post-adolescenza nei film e nelle serie tv americane il centro della discussione rimane il sesso, l’ossessione repressa dalla cultura puritana e che i ragazzi sfogano esclusivamente col porno, con la masturbazione e ovviamente con la Bibbia di tutto questo: Playboy.
Alla rivista di Hugh Hefner e al suo immaginario, Zach Cregger e Trevor Moore dedicano un nuovo film nel segno della bellezza soft-core e della volgarità più dirompente: e, per chi sta al gioco, le risate arrivano.
Eugene e Tucker sono amici da sempre, uno dedito alla castità l’altro scaltro pornomane: quando il casto finisce in coma e si risveglia dopo 4 anni, scopre che la sua donna è diventata una coniglietta di Playboy. Partono così alla sua ricerca, con le devastanti conseguenze del caso.
Una commedia di pura e semplice goliardia, scritta dai due registi – anche protagonisti – infarcendo una trama perfetta per le gag con deliri scatologici e sessuali e accenni di discutibile buonismo.
Si potrebbe definire una sorta di on the road, un John Landis senza alcuna finezza in cui le situazioni paradossali e le scenette si accavallano cercando un gioco di accumulo che guarda a Blake Edwards, ma a cui ovviamente non può nemmeno accostarsi: però c’è un interessante approccio ai valori puri dell’american way of life, dal matrimonio al sesso fino alla venerazione stelle e strisce dei pompieri, che lo rendono quasi politically uncorrect.
Sensazione prontamente rientrata visti i peana e i ricattini sentimentali con cui i due infarciscono il finale del film, che lo stesso riesce a infilare una serie notevole di gag e situazioni disgustose che centrano il segno e strappano la risata, ammesso che si riesca a sintonizzarsi sulla lunghezza d’onda del progetto.
La sceneggiatura è praticamente un catalogo di situazioni da manuale e le soluzioni comiche sono esclusivamente becere, ma efficaci – come la gag finale del dottore che risveglia i pazienti dal coma o la donna che vola via dal camper – e la regia, al limite minimo di decenza richiesto, sembra conformarsi con gusto al gioco.
Che è quello di un gruppo di maschi stupidi e arrapati ma sinceri che sanno come parlare ai loro coetanei e realizzare un film spensierato e stupido puntato sulle loro corde, che i due, poco meno che dilettanti della recitazione, sanno comunque perfettamente incarnare.

Emanuele Rauco
giudizio: 6