Vinci il DVD di “Transformers: La vendetta del Caduto”

9 Settembre 2009 di cineclick

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(500) Giorni insieme

27 Novembre 2009 di cineclick

RECENSIONE
titolo originale: (500) Days of summer
regia: Marc Webb
cast: Joseph Gordon-Levitt, Zooey Deschanel, Goffrey Arend, Chloe Grace Moretz genere: Commedia Romantica
paese: USA
anno: 2009
distribuzione: 20th Centry Fox
durata: 96′
uscita nelle sale: 27/11/2009
8

Quando una storia d’amore finisce è inevitabile ripensare a tutti i momenti passati, ed è con questa ovvia verità che nasce (500) Giorni insieme, un semplice ed efficace tributo ai cuori spezzati.
La storia narra di Tom (Joseph Gordon-Levitt), un sognatore che non ha smesso di credere nel colpo di fulmine e nel vero amore, e di Sole (Zoey Deschanel), affascinante ragazza dall’apparente cinismo e con una visione disillusa del mondo, che si ricrede quando incontra Tom. All’inizio sembrano non essere fatti l’uno per l’altra, ma in seguito scoppia la scintilla; in principio è un idillio, ma qualcosa va storto, e improvvisamente i due si lasciano. Tom cade in un baratro di disperazione, e non può fare a meno di ripensare ai giorni trascorsi con la ragazza.
Sin dall’inizio la voce beffarda del narratore avverte gli spettatori che questa non è la solita storia d’amore, anche se ci sono tutti gli elementi di una storia romantica: c’è un ragazzo, una ragazza, e c’è una romantica relazione. Ma il territorio dell’amore in (500) Giorni insieme viene esplorato e dissacrato con enorme dinamicità e con un imprevedibile senso ludico, divertendo e lasciando un lieve sapore amaro in bocca, poiché chiunque ha ricevuto un due di picche e quindi l’immedesimazione è assicurata.
Il film è narrato dal punto di vista del povero Tom privato dei punti di riferimento riposti nella ragazza. É dalla rottura dei due che parte la storia: un inizio atipico che sin da subito evidenza come il film non sia rinchiuso nelle solite regole delle commedie romantiche, lasciando spazio a un’originalità sorprendente.
Il segreto e la infallibilità del film risiedono nello titolo stesso: i (500) giorni che raccontano la storia di Tom e Sole scorrono in sovrimpressione a mo’ di roulette russa e bloccandosi a random per mostrare un evento in particolare. Sotto un inesorabile lente di ingrandimento i dettagli, le sensazioni, e i momenti vissuti vengono ampliati e “distorti” dal protagonista, ad esempio trasformando la mattina seguente a una notte di passione in un vero e proprio musical.
Gli autori hanno deciso di assumere una struttura narrativa a “puzzle”: partire da una scena per ricostruire l’intero quadro narrativo e, “giorno per giorno”, capire cosa è successo ai due amanti. É una scelta stilistica che ricorda molto Memento di Christopher Nolan, in cui il protagonista, per via di un problema della memoria, è costretto a rivivere a ritroso alcuni fatti accaduti; gli autori sembrano essersi ispirati a questo film e anche ad altri dello stesso filone di appartenenza. La storia d’amore viene smontata e privata del suo ordine temporale, tutto questo per poter seguire il flusso di ricordi e di sensazioni di Tom. L’intenzione è di dare un disordine apparente, tale da incuriosire lo spettatore e obbligarlo a rimettere insieme i pezzi per capire perché la coppia è esplosa.
Bisogna ricordare come gli autori hanno giocato una carta vincente partendo da una storia d’amore finita male: il film doveva avere un impronta totalmente differente, e solo dopo che Scott Neustadter, lo sceneggiatore del film insieme a Micheal H. Weber, è stato lasciato da una donna che il film si è modificato prendendo spunto dalla proprio dalla sua esperienza personale. In un ottimo mix di dialoghi vincenti, situazioni esilaranti, e interpretazioni mature e realistiche che la pellicola meriterebbe di entrare nell’olimpo del genere Comedy, portando allo stesso tempo freschezza e semplicità.
Il regista Marc Webb finora aveva lavorato nel campo dei videoclip, ed è piacevole come i riferimenti, le citazioni di brani british pop (soprattutto i The Smiths) e la bellissima colonna sonora diano un atmosfera musicale di ottima qualità e coinvolgimento. Un peccato per il titolo originale, andato perso nella traduzione italiana, ossia (500) days of summer che rendeva meglio il messaggio che il film vuole trasmettere: in fin dei conti, Sole non è solo una ragazza, ma è un “errore” che tutti hanno vissuto. L’amore è lo sbaglio più bello della vita, ed è questo che insegna lo straordinario finale che sconvolge tutte le previsioni che lo spettatore è portato a fare sino a un istante prima.

Riccardo Rudi

Triage

27 Novembre 2009 di cineclick

triageRECENSIONE
titolo originale: Triage
regia: Jaume Collet-Serra
cast: Colin Farrell, Paz Vega, Christopher Lee, Kelly Reilly, Jamie Sives, Branko Djuric
genere: Drammatico
nazione: Irlanda, Belgio, Spagna
anno: 2009
distribuzione: 01 Distribution
durata: 96′
uscita nelle sale: 27/11/2009
5

A otto anni di distanza da quel No man’s land che gli valse, tra i numerosi riconoscimenti, l’Oscar come miglior film straniero, Danis Tanovic torna con un dramma bellico d’approccio introspettivo, volto ad indagare nel profondo l’orrore del conflitto curdo-iracheno.
1988. Giovane e ambizioso fotografo specializzato in reportages dalle zone di guerra, Mark (Colin Farrell), si reca col collega e amico David (Jamie Sives) in Kurdistan, alla ricerca dello scoop della sua vita. La spedizione si rivelerà tuttavia, un’esperienza devastante ogni oltre aspettativa, che per Mark,  il primo a tornare a casa, avrà gli effetti di un malessere più interiore che fisico contro il quale non sembra esserci altra soluzione che la terapia.  A tirarlo fuori dall’abisso ci penserà l’anziano nonno (Christopher Lee) della moglie Elena (Paz Vega), già psichiatra dei criminali franchisti e fascista non pentito, che lo aiuterà a far pace col proprio senso di colpa e a far emergere un inconfessabile segreto.
Ispirato all’omonimo romanzo del giornalista Scott Henderson, Triage è purtroppo un film discontinuo e difettoso, che trova nel didascalismo di fondo il proprio principale demerito.  Con andamento goffo e discontinuo, Tanovic tenta maldestramente di colmare i limiti di una struttura narrativa la cui tripartizione (la guerra, il ritorno, la riabilitazione) non offre sufficiente spazio per l’edificazione di un discorso sufficientemente articolato sulla natura del coinvolgimento emotivo e l’etica dei “testimoni” occidentali, e lo fa attraverso l’abuso del più logoro e scontato dei meccanismi: il flashback.  L’effetto è quello di una continua e pedissequa illustrazione degli stati d’animo del protagonista che, oltre a far arrancare il ritmo, finisce per porre l’attenzione su un inspiegabile dilettantismo ravvisabile  in altre discutibili scelte. E così, se rimane senza spiegazione la ragione per cui Elena nel parlare di persona col nonno usi l’inglese, quando invece al telefono gli si rivolgeva in spagnolo, lingua madre di entrambi, risulta invece fin troppo naif la caratterizzazione della donna, costretta sfacciatamente a esibire il proprio sangue iberico attraverso vestiti rosso-corrida e acconciature da flamenco. Mentre è del tutto intollerabile come nell’ultima parte, nel suddetto espediente narrativo “a ritroso” prendano immagine le risposte del paziente Mark alle domande dell’analista, veicolandone il giudizio verso un apologo di dubbia moralità.
E pensare che l’inquadratura iniziale, primo piano capovolto di Farrell, poteva far presagire implicazioni di ben altro livello…

Caterina Gangemi

New Moon

23 Novembre 2009 di cineclick

RECENSIONE
titolo originale: New Moon
regia: Chris Weitz
cast: Kristen Stewart, Robert Pattinson, Taylor Lautner, Dakota Fanning, Michael Sheen
genere: Fantasy
paese: USA
anno: 2009
distribuzione: Eagle Pictures
durata: 130′
uscita nelle sale: 18/11/2009
6

Torna al cinema, per la gioia straripante di teenager-vampiri assetati e impazienti, il secondo capitolo di Twilight, la saga vampiresco-romantica di Stephenie Meyer che ha conquistato tutto il mondo con cifre di vendita da record assoluto. Protagonisti ancora una volta, la bella e tormentata Bella (Kristen Stewart) alle prese con i diciotto anni e le paure di un amore sempre più difficile, e il pallido, esangue, bellissimo  Edward Cullen (Robert Pattinson), fidanzato problematico e consapevole dell’impossibilità di una storia d’amore tanto intensa quanto sbagliata perchè vampiri e umani non possono vivere la felicità insieme. In questo secondo capitolo infatti, il vampiro più sensibile e introspettivo che il cinema abbia mai visto, deciderà di allontanarsi da Bella per il bene di entrambi; la storia si concentra così sulla nuova vita di Bella senza Edward, sull’amicizia-attrazione di lei per l’energico e sportivo Jacob Black (Taylor Lautner), e sulla scoperta di nuove verità, di segreti spaventosi legati al mondo dei licantropi e alla setta dei Vulturi, eleganti e raffinati vampiri dotati di poteri straordinari. La storia di New Moon poteva dare al film delle interessanti potenzialità, intrisa com’è di rimandi a Shakespeare (l’amore tragico di Romeo e Giulietta su tutti), alle leggende millenarie di vampiri e licantropi, al mondo del fantasy naturalista che film come Il Signore degli Anelli ha esplorato in modo superbo o alla magia adolescenziale alla Harry Potter, ma così non è stato, o almeno non fino in fondo, e il film risulta così una superficiale e banalizzata storia d’amore e di vampiri, dai toni troppo pacati e prevedibili e non in grado di generare adrenalina o commozione nello spettatore. Non c’è traccia di quei profondi e colti vampiri di Intervista col vampiro nè della raffinata intelligenza del Dracula coppoliano, ma il rimando è piuttosto a tutto quel filone dozzinale sui vampiri da Van Helsing in poi, con l’aggiunta di una melodrammaticità adolescenziale forse un pò ridicola per chi adolescente non lo è più.
Note di merito in questa deludente saga sono la ricercata colonna sonora che regala splendide voci come quella di  Thom Yorke e spazia dai Muse ai The Killers e agli Editors, e la splendida cornice storico-medievale (trattasi dell’italiana città di Montepulciano) sede dei Vulturi, abbigliati con splendidi abiti settecenteschi e protagonisti assoluti dal punto di vista estetico-scenografico.
New Moon è l’esempio di quello che succede quando un regista “per ragazzi” pur bravo e brillante come Chris Weitz (About a Boy; La bussola d’oro), abituato a girare film  di media portata e di minore aspettativa, deve confrontarsi con un colosso, un’enorme mole di letteratura divenuta fenomeno mediatico, un universo idolatrato dagli adolescenti di tutto il pianeta, troppo grande per non perdersi nel banale, nel già visto, nell’immaginabile. Come dire: New Moon è quello che voi teen ager volevate e io, regista, mi metto da parte. Un film insomma che piacerà ai giovani spettatori emofili di tutto il mondo perchè è così che doveva andare e perchè il film è una dedica esclusiva per loro.

Margherita Ciacera

Planet 51

23 Novembre 2009 di cineclick

Planet 51 - LocandinaRecensione
titolo originale: Planet 51
regia: Jorge Blanco
doppiatori italiani: Luca Ward, Alessandro Tiberi, Linus, Albertino, Nicola Savino, La Pina, Platinette
genere: Animazione
paese: Spagna, Gran Bretagna, USA
anno: 2009
distribuzione: Moviemax
durata: 106′
uscita nelle sale: 20/11/2009
7

Il soggetto di Joe Stillman per Planet 51 è dichiaratamente ispirato all’ormai classico ET – L’extraterrestre e vagamente rubacchiato dai racconti di fantascienza di Bradbury (ad esempio Cronache Marziane o La sentinella). Un astronauta americano sbarca su un pianeta che crede disabitato, con in mano la sua bella bandierina da piantare, ma scopre con sorpresa e disappunto che il luogo è abitato e anche civilizzato. Anzi, somiglia pure all’America anni Cinquanta. Gli abitanti sono solo un po’ più verdi degli umani e hanno le tipiche antenne da alieno, ma leggono fumetti, cucinano hamburger al barbecue, portano a spasso i loro (familiari) cagnolini, vanno al cinema a vedere spettacoli sulle invasioni aliene e parlano addirittura inglese. Più che un viaggio nello spazio e attraverso le galassie, sembra un viaggio nel tempo: forse basterebbe mettere una DeLorean al posto della navicella spaziale e avremmo un altro film di “qualche” anno fa…
C’è da dire che le citazioni cinematografiche abbondano, distribuite lungo tutto il film. Era praticamente d’obbligo un piccolo tributo a ET, ma ci sono anche alcuni riferimenti meno ovvi e più gustosi – tra gli altri Alien, Guerre Stellari, Terminator. Si tratta più che altro di strizzatine d’occhio a un pubblico non più bambino, che strappano alla sala qualche risata compiaciuta. Eppure, se in Shrek – di cui Stillman è uno dei coautori – questo livello comunicativo per adulti, fatto di allusioni, funzionava molto bene, qui è inceppato dalla banalità della storia e della morale che appaiono rivolte soprattutto a un pubblico abbastanza ingenuo.
Aldilà delle stonature, se l’obiettivo del film era quello di «raccontare una bella storia nell’ambito di un contesto originale», come ha dichiarato il regista Jorge Blanco, non si può dire che sia stato centrato in pieno, ma di certo funziona abbastanza bene lo straniamento dovuto al capovolgimento della situazione. L’umano è l’alieno, dunque ciò che per noi è quotidiana banalità in un mondo diverso appare sconcertante. Ad esempio l’iPod dell’astronauta viene scambiato per un’arma pericolosissima. Così tra una gag e l’altra viene colato l’immancabile miele della morale della favola su temi come la diversità, la paura dell’ignoto, l’amicizia.
Piccola nota sul doppiaggio italiano: mentre l’astronauta Chuck ha la voce di Luca Ward e il giovane Lem quella di Alessandro Tiberi, alcuni altri personaggi parlano per bocca degli artisti di Radio Deejay. Gli spettatori che sapranno abbinare i personaggi al corretto doppiatore saranno premiati – per seguire il concorso andate sul sito della radio di Linus.

Maria Silvia Sanna

La prima linea

17 Novembre 2009 di cineclick

la-locandina-ufficiale-de-la-prima-linea-136869Recensione
titolo originale: La prima linea
regia: Renato De maria
cast: Riccardo Scamarcio, Giovanna Mezzogiorno, Fabrizio Rongione
genere: Drammatico
paese: Italia
anno: 2009
distribuzione: Lucky Red
durata: 96′
uscita nelle sale: 20/11/2009
5

Oltre ai navigatori, i santi, i poeti e altre categorie essenziali, l’Italia è anche il paese delle polemiche politiche, molto spesso preventive; così se si gira un film che parla di terrorismo storico, quello degli anni di piombo per intenderci, qualcuno deve arrabbiarsi, anche se non ha visto il film né letto la sceneggiatura.
E’ ciò che è successo al nuovo film di Renato De Maria, regista dello sfortunato Paz e di parecchie serie tv, che, alle prese col romanzo autobiografico di Sergio Segio, ha dovuto scontrarsi con l’ostilità politica relativa al finanziamento pubblico (che poi, per onestà intellettuale, è stato rifiutato) e con lo scetticismo di critici e parenti delle vittime del terrorismo. Che non avendo però visto il film non hanno potuto constatarne la consistenza di una bolla di sapone.
Sergio, ex terrorista del gruppo Prima Linea, sta organizzando con alcuni militanti l’evasione del suo amore, Susanna, sua compagna d’armi: mentre l’organizzazione procede, Sergio rivive i momenti della sua militanza e li racconta anni più tardi, dal carcere.
Liberamente ispirato alle vicende del libro Miccia corta e adattato dal regista con Sandro Petraglia, Ivan Cotroneo e Fidel Signorile, il film si muove tentennante tra il dramma umano e sentimentale, la riflessione politica e la ricostruzione realistica (producono i fratelli Dardenne), ma non riesce a centrare pienamente alcun obiettivo.
Il film gioca direttamente sul piano temporale, alternando un futuro che fa da voce narrante e il presente come trama su cui innestare il passato – che funge da narrazione vera e propria, il film vorrebbe raccontare l’evoluzione politica e umana di un uomo che fa da specchio all’evoluzione di un pensiero e del suo rapporto con la nazione, ma finisce per fare un trattamento sterile, basato esclusivamente sul rapporto amoroso tra Sergio e Susanna, che diventa semplicemente una excusatio, petita certo, ma poco interessante cinematograficamente.
Perché ciò che manca a De Maria è una forte idea di cinema e di racconto, che dia forza e direzione all’uso delle immagini di repertorio e delle parole, dando l’impressione di un film pensato col senno del poi che non fa mai lo scatto da atto d’accusa a complessa riflessione; va detto che alcuni attimi fanno ben sperare e che De Maria avrebbe un bel piglio (vedasi il finale o la gambizzazione del capo fabbrica), ma un film non è solo la somma del suo paio di picchi.
È per esempio una sceneggiatura zeppa di dialoghi letterari e pedanti, che spreca con troppe facili parole la funzionalità della sua struttura; ed è ancora di più una regia che pare tenuta a freno dallo script, dalle ambizioni mal riposte, dalle pressioni politiche.
Ed è anche la scelta di una coppia di attori che commettono il peccato mortale, per un film che sul loro rapporto vuole basarsi, di avere poca alchimia e ancor meno carisma (non tanto una Giovanna Mezzogiorno un po’ in ombra, quanto un Riccardo Scamarcio vago e nebbioso). Irrisolto e poco efficace, da approfondire di sicuro e con spunti coltivabili, ma fin troppo vicino al topolino partorito dalla montagna delle polemiche.

Emanuele Rauco

Segreti di famiglia

17 Novembre 2009 di cineclick

locandina tetroRECENSIONE
titolo originale:Tetro
regia: Francis Ford Coppola
cast: Vincent Gallo, Alden Ehrenreich, Maribel Verdù, Klaus Maria Brandauer, Carmen Maura, Rodrigo De La Serna
genere: Drammatico
paese: USA, Argentina, Spagna, Italia
anno: 2009
distribuzione: BIM
durata: 127′
uscita nelle sale: 20/11/2009
7

Dopo l’intellettualismo esoterico e romantico di Un’altra giovinezza, di cui torna a scegliere direttore della fotografia, compositore, montatore e  produttori esecutivi, Francis Ford Coppola torna al cinema con un dramma familiare di stampo teatrale e quasi shakespereano, che pesca nel mito e nella tragedia classica e che è intriso di cultura cinefila e drammaturgica oltre che di vissuto personale.
La storia è quella del giovane Bennie Tetrocini (l’esordiente Alden Ehrenreich di una bellezza acerba alla Di Caprio) che arriva da New York in una variopinta e animata Buenos Aires alla ricerca del fratello maggiore Angelo, detto Tetro (Vincent Gallo, attore, musicista, artista noto soprattutto nel panorama underground) , che non vede da quando aveva sette anni e che ha lasciato casa e famiglia anni addietro senza dare spiegazioni. L’uomo che Bennie si troverà di fronte è diverso da quello amante della scrittura, creativo, acceso, di cui si ricordava: Tetro è diventato cupo, irascibile, malinconico; ha messo da parte il suo miglior manoscritto e l’amore per la scrittura, e  nasconde dentro di sè verità familiari scomode e dolorose che Bennie cercherà di tirare fuori in un lungo e accidentato percorso di formazione. In questo percorso formativo e accanto i due fratelli, la determinata compagna di Tetro (la spagnola Maribel Verdù) e l’illustre critica teatrale “Alone” (l’almodovariana Carmen Maura).
Coppola, che per la prima volta dopo trent’anni è anche scrittore e sceneggiatore del film, elabora e trasforma vicende personali – in particolare quelle della sua famiglia di artisti e di momenti tragici della sua storia di padre – e dà vita ad una vicenda di incontri, di scontri e di rivalità piu o meno dichiarate tra padri, figli, fratelli che possono sconfinare nella vendetta, nella necessità amletica e freudiana di uccisione, vera o simbolica, della figura paterna castrante e autoritaria, impersonata nel film da Klaus Maria Brandauer, nel ruolo dell’acclamato direttore d’orchestra Carlo Tetrocini. La vita diventa teatro tragico, la classicità greca si conferma immortale e sempre valida, animata com’è da passioni, pulsioni, odi e amori.
Tetro (semplicisticamente tradotto in italiano Segreti di famiglia), presentato al 27° Torino Film Festival, è un film particolare, personale, autosoddisfacente: è un contenitore dove Coppola riversa se stesso, il suo cinema (inevitabile pensare a Rusty il selvaggio dell’83, di cui Tetro è una sorta di richiamo spirituale), il suo amore per il cinema (Kurosawa, Kazan, Bresson) e per il teatro (Tennesse Williams fra tutti) che ha studiato da ragazzo.
Gli amanti della buona cinefilia classica e della cultura tout court lo ameranno, come hanno amato i film più sperimentali e per certi versi fallimentari di Coppola, per l’affascinante mescolanza di cinema, musica, teatro, balletto che il film possiede. I cultori della tragicità classica potranno trovarlo interessante per il modo in cui  il mito greco viene trasferito in un panorama argentino contemporaneo e picaresco. Gli esteti troveranno sicuramente interessante la scelta del bianco e nero che rende le luci opache e accecanti e dà al film un’aura retrò e raffinata, (mentre i flash-back sono paradossalmente a colori!). Allo spettatore medio il film apparirà forse un pò lungo e snervante, a tratti patetico e troppo teatrale, ma  non potrà non vederlo con quella sorta di timore reverenziale, di ammirazione, di percezione del senso della genialità, che solo un grande regista come Coppola riesce a far provare.

Margherita Ciacera