Vinci il DVD di “Transformers: La vendetta del Caduto”

9 Settembre 2009 di cineclick

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Nemico pubblico

4 Novembre 2009 di cineclick

nemicopubblicoRECENSIONE
titolo originale: Public Enemies
regia: Micheal Mann
cast: Johnny Depp, Christian Bale, Marion Cotilard, Billy Crudup
genere: Thriller/Gangstar
nazione: USA
anno: 2009
distribuzione: Universal Pictures
durata: 143′
uscita nelle sale: 06/11/2009
7

Nell’epoca della Grande Depressione, il criminale John Dillinger (Johnny Depp) diviene leggenda tra i cittadini americani rapinando le stesse banche che li avevano privati dei loro averi. La sua crescente fama e l’abilità di fuga dalle carceri, indispettiscono il governo e le forze dell’ordine che da tempo cercano di catturarlo.
Per riuscire nell’impresa, così da far crescere l’importanza e il prestigio del Bureau of Investigation (che diverrà l’FBI), l’agente John Edgar Hoover (Billy Crudup) dichiara Dillinger nemico pubblico numero 1 e istituisce una task force guidata dall’agente Melvin Purvis (Christian Bale), i cui sforzi vanno in un’unica direzione: rinchiudere John Dillinger dietro le sbarre.
L’inseguimento del criminale diventa la notizia principale del periodo, lasciando gli Stati Uniti col fiato sospeso per nove lunghe settimane, fino ad una calda sera di luglio del 1934.
I cineasti sono sempre stati attratti da personaggi che hanno segnato la storia della criminalità: delle figure pericolose e romantiche, dal grilletto facile, con cui è semplice affascinare lo spettatore e coinvolgerlo nelle rocambolesche fughe dalla legge e in mortali duelli e sparatorie.
Dopo il successo di Collateral, Michael Mann, ispirandosi al romanzo di Bryan Burrough, riesce a raggiunge nuovamente un obiettivo raffinato ma non innovativo per via  dell’eccessiva produzione cinematografica sul gangster movie. La figura del criminale “eroe” è già nota; in Nemico Pubblico John Dillinger non smentisce questa veste, perfettamente indossata da Johnny Depp, il quale si mostra anche stavolta un attore poliedrico che sa adattarsi a qualsiasi ruolo.
Un grande difetto risiede, però, nella forzatura della sua caratterizzazione: per tratteggiarlo a 360 gradi vengono sfiorati solo alcuni aspetti del carattere non rendendolo realistico. Ciò che risalta è la granitica forza di Dillinger e in poche occasioni ne emerge la reale umanità e le debolezze; non viene preso in considerazione il suo essere amante e “amico”.
Christian Bale, nei panni del detective Purvis, si rivela essere un personaggio molto più complesso. Il conflitto con Dillinger viene presentato come motore principale della storia e l’intero film si evolve intorno alle tattiche di cattura guidate da Hoover. C’è una simbiosi poetica tra i due personaggi, che si consuma tragicamente in un finale pieno di una drammaticità e pathos. Al gangstar movie si affianca timidamente la storia d’amore tra Dillinger e Billie Frechette (Marion Cotillard), senza mai, però, prendere realmente piede.
Dal film, invece, emerge maggiormente il potere mediatico di Dilliger che, divenuto il “bandito gentiluomo”, ha saputo cogliere la notorietà denigrando la sicurezza e le certezze del governo. Il suo essere icona derivava proprio dal suo modo di ribellarsi e sfruttare la crisi che imperversava in quel periodo, esprimendo il malcontento represso dei cittadini.
Michael Mann e la sua troupe ripropongono lo scenario e le ambientazioni degli anni ‘30 con fedeltà. L’attenzione  al dettaglio e alla ricostruzione dell’ambiente è stato reso possibile grazie all’uso di location storiche in cui sono veramente accaduti molti dei fatti narrati. Il risultato è un un lavoro dal forte impatto estetico che evidenzia ancora una volta lo stile esibizionista del regista e la sua cura maniacale di scenografie e costumi.
In una sintesi tra gangster movie, noir e western, Nemico Pubblico – pur con qualche difetto – è capace di sbalordire con tutto il fascino degli anni ruggenti.

Riccardo Rudi

Marpiccolo

3 Novembre 2009 di cineclick

marpiccoloRecensione
titolo originale: Marpiccolo
regia: Alessandro di Robilant
cast: Giulio Beranek, Anna Ferruzzo, Selenia Orzella, Michele Riondino, Giorgio Colangeli, Valentina Carnelutti
genere: Drammatico
nazione: Italia
anno: 2009
distribuzione: Bolero Film
durata: 87′
uscita nelle sale: 06/11/2009
7

Quando al cinema si parla di meridione e di piaghe sociali, protagonista -  purtroppo assoluta – è da sempre la Sicilia con il suo cancro mafioso, rappresentato cinematograficamente in tutti i modi possibili e con corde sempre addolorate, commosse, arrabbiate.
C’è poi tutto il degrado, la sporcizia morale, la violenza dei quartieri più malati della Campania, come Scampia, o Secondigliano, che Gomorra di Roberto Saviano ci ha fatto tristemente scoprire ed esplorare e che poi Matteo Garrone ha portato sul grande schermo con straordinaria eco mediatica e scossa violenta all’indifferenza e all’ignoranza generale.
C’è anche una parte del sud Italia cinematograficamente poco visitata e con problematiche poco o affatto conosciute ma di gravità insospettabile: la Puglia, o meglio una città della Puglia, Taranto che accanto al turismo, al suo folklore, alla sua bellezza di derivazione greca, è logorata dall’inquinamento, da un’impressionante impurità atmosferica che la rende, all’insaputa di tutti, la terza città più inquinata d’Europa e la prima in Italia con una produzione di diossina intorno al 90% rispetto alla produzione totale nazionale.
Una realtà spaventosamente vera e sconosciuta che il regista Alessandro di Robilant, (già in passato  autori di film/denuncia come Il giudice ragazzino del 1993) porta sullo schermo, facendone lo sfondo di una storia di perdizione e crescita, di amarezza e speranza.
Protagonista è il giovane Tiziano (l’esordiente Giulio Beranek) che vive al quartiere Paolo VI, il più difficile e invivibile di Taranto, il più “malato” e avvelenato dai fumi dell’ILVA, la più grande industria d’acciaio d’Europa che offre sempre meno lavoro e toglie sempre più salute e vita. Accanto all’eco-mostro e tutt’intorno c’è il mare, un “marpiccolo”, sporco e stagnante dove anche le speranze di un futuro sembrano infangarsi e affondare.
La vita di Tiziano tenta comunque di scorrere tra la scuola frequentata con poco entusiasmo e il lavoro quasi sempre nero che svolge insieme all’amico coetaneo Trascene (Roberto Bovenga) per il boss locale Tonio (interpretato dal bravo Michele Riondino che già aveva frequentato i bassifondi di un’altra città pugliese nel recente Il passato è una terra straniera). La famiglia traballa e crolla, con un padre (Nicola Rignanese) disoccupato che sperpera il poco denaro che ha nei bar, una madre (Anna Ferruzzo) forte, coraggiosa, protettiva, che finisce , però, col rassegnarsi e una sorellina (Maria Pia Autorino) dolce e inconsapevole a cui Tiziano dedica quel po’ di tenerezza e di leggerezza che gli è rimasta. C’è poi l’amore per Stella (l’esordiente e impacciata Selenia Orzella) che ha una situazione familiare ed economia migliore di quella di Tiziano ma lo stesso disgusto, lo stesso amore-odio, la stessa paura per ciò che la circonda e da cui spera di scappare. Sarà proprio l’amore a dare la forza a Tiziano di cambiare e di cambiarsi, ma non solo: accanto a lui c’è la figura positiva e incoraggiante della Prof.ssa Costa (Valentina Carnelutti) che propone e quasi impone la cultura a Tiziano, il potere liberatorio della lettura, l’arma segreta del sapere senza la quale si è inermi e vuoti; per tutto il film tenterà di far leggere a Tiziano l’introspettivo e onirico Cuore di tenebra di Conrad, finchè non vediamo il giovane, prima restio e sfiduciato, appassionarsi alle parole, alle sensazioni, al senso di confortante evasione che solo un libro sa dare. Anche questa scoperta fa parte della crescita di Tiziano che avverrà però soprattutto durante la reclusione nel carcere minorile, in cui viene rinchiuso dopo aver ucciso su commissione per Tonio, e dove incontrerà De Nicola (interpretato da un sempre ispirato Giorgio Colangeli), l’educatore che con metodi tutt’altro che moralistici o bacchettoni esorterà Tiziano e gli altri giovani detenuti ad avere più rispetto per se stessi, a non essere “cretini”, a capire quanto siano importanti e giovani per buttarsi via insieme al brutto, al marcio della loro città sbagliata.
Liberamente tratto dal romanzo Stupido (Rizzoli Editore) di Andrea Cotti, il film ha un taglio impegnato ma giovanilistico: non è un film di denuncia, non è un film politico né un documentario, non osa né si spinge troppo addentro, ma è una storia di vita adolescenziale alle prese con i disagi e le brutture di una città malsana ed egoista. Non a caso il film è stato presentato in concorso al Festival Internazionale del film di Roma di quest’anno nella sezione “giffoniana” Alice nella città. Marpiccolo è un film che nasce da “un amore per il sud”, come ha dichiarato il regista, dove le persone “riconoscono ancora i rapporti umani”, dove ci sono ancora nonostante tutto “silenziosi uomini straordinari” che lottano, soffrono, sperano, credono nel meglio, se non per se stessi, almeno per chi è più giovane di loro.

Margherita Ciacera

Il nastro bianco

2 Novembre 2009 di cineclick

la-locandina-italiana-de-il-nastro-bianco-133728Recensione
titolo originale: Das Weisse Band
regia: Michael Haneke
cast: Christian Friedel, Leonie Benesch, Ulrich Tukur
genere: Drammatico
nazione: Germania
anno: 2009
distribuzione: Lucky Red
durata: 145′
uscita nelle sale: 30/10/2009
8

Una Palma d’oro, vista a posteriori, è un biglietto da visita particolarmente impegnativo per un film che vuole conquistare il pubblico in sala, specie se porta con sé il background del suo autore: in questo caso Michael Haneke, uno dei più importanti autori contemporanei, creatore di un cinema in cui il rapporto ambiguo e violento con lo spettatore è al centro dell’attenzione.
Qui, il regista austriaco si cimenta con un racconto e una forma diversi dalla contemporaneità atroce dei suoi film e vuole gettare un occhio sulla storia, sui germi di un male che dalla Germania si è diffuso in tutto il mondo e che può essere identificato col nazismo, ma è semplicemente il male.
In un villaggio protestante della Germania del Nord, strani eventi cominciano a colpire gli abitanti e i bambini della popolazione. Mentre si cerca di capire cosa succede le figure autoritarie del paese cominciano a sentire il controllo sfuggire.
Un thriller classico nello scheletro, scritto da Haneke con Claude Carrière, che nasconde un viaggio composto, e per questo inquietante, nell’orrore di un altro tempo, che diventa riflessione sull’oggi e lezione di cinema.
Ambientato durante l’anno che precede lo scoppio della prima guerra mondiale, il film racconta la nascita e la crescita della follia in un paesino in cui la paura dell’autorità (morale, politica, economica, religiosa) spinge la popolazione a chiudersi dentro di sé, trovando come unico sfogo quello della violenza insensata, motore di ribellione contro la violenza “giustificata” del potere (le punizioni corporali ed economiche).
Non a caso il film si struttura in un senso corale, dove le caste e gli strati della società si sostituiscono al concetto di personaggi e l’atmosfera del film si costruisce come uno svelamento progressivo implacabile, in cui però il sapere non è consentito e dove lo spettatore deve vivere la pellicola e il suo discorso non attraverso la pancia dell’appagamento narrativo, ma attraverso la rigorosa etica della visione di un regista che preferisce tenere il proprio sguardo fuori dalle stanze.
Raccontata da una voice-over che non accompagna il racconto, bensì lo anticipa o lo smitizza, la sceneggiatura guida il montaggio attraverso l’uso di un découpage analogico che teorizza perfettamente il cinema di un regista per cui è il cervello il primo organo della ricezione filmica e che fa della macchina da prese un veicolo di comprensione, piuttosto che di mera visione, come dimostra il finale in chiesa, dove l’allontanamento dal luogo degli “orrori” culmina col piano fisso della chiesa piena di tutti gli abitanti del villaggio che si dissolve, lasciando allo spettatore tutti i suoi terribili dubbi.
Film forse più composto e classico nell’impatto, più direttamente comunicativo, ma coerente nell’ambito di un cinema che non addomestichi lo spettatore e sottilmente radicale nel parlare dell’unica cosa che accomuna da sempre presente e passato: la tendenza naturale al male.

Emanuele Rauco

Nel paese delle creature selvagge

29 Ottobre 2009 di cineclick

nelpaesedellecreatureselvaggeRecensione
titolo originale: Where the wild things are
regia: Spike Jonze
cast: Max Records, Katherine Keener, Mark Ruffalo
genere: Fantastico
nazione: USA
anno: 2009
distribuzione: Warner Bros.
durata: 101′
uscita nelle sale: 30/10/2009
8

Scatenato e fantasioso, il dodicenne Max (Max Records) non riesce a trovare le attenzioni delle quali avrebbe bisogno. Privo di compagni di gioco, e ignorato dalla sorella adolescente, dopo l’ennesima punizione da parte dell’affettuosa ma indaffarata madre (Katherine Keener), il ragazzino approda magicamente in una terra misteriosa, popolata da enormi e inquietanti creature zoomorfe.
Interrotto, speriamo solo temporaneamente, il sodalizio col fido Charlie Kaufman, l’eclettico Spike Jonze si confronta questa volta con un classico della letteratura per l’infanzia come Where the wild things are di Maurice Sendak, adattato in collaborazione con Dave Eggers, per portare sullo schermo una storia intensa e delicata, dal dirompente impatto visivo.
Complesso e coraggioso, Nella terra delle creature selvagge, si rivolge al pubblico più giovane con piglio lucido e maturo, che rifugge ogni stucchevolezza retorica a favore di uno sguardo crudo, spesso violento, e, a dispetto della dimensione fantastica della vicenda, estremamente realistico. Efficace è , in tal senso, la volontà di Jonze di fare del protagonista una specie di discolo, tutt’altro che adorabile, ma irrequieto e indisciplinato, affidandolo a un interprete altrettanto capace di sostenere il ruolo del bambino-bambino, senza birignao o pose da adulto, mentre decisivo è l’approccio registico che impiega con discrezione la tecnologia, nella creazione di un mondo incredibilmente vero.
Nel perseguimento di un’atmosfera che fosse il più possibile autentica, Jonze non si è infatti risparmiato niente: dall’imponente lavoro sulle “creature”, realizzate con mesi di studi sui costumi e successivi perfezionamenti in post-produzione, ai fini di una perfetta fusione con l’ambiente reale; a quello sul suono, e sulle voci, in particolare (vanificato dal mediocre doppiaggio italiano), volto all’ottenimento di una personalità il più possibile “umana”, nella salvaguardia delle ugole d’eccezione che si sono prestate per il film, tra le quali figurano James Gandolfini, Forest Whitaker, Paul Dano e Chris Cooper.
L’insieme è quello di una sorta di universo parallelo, spettacolare, ma la tempo stesso così credibile da poter permettere alla dimensione immaginifica di veicolare con poesia il tema della solitudine infantile.
Sarebbe bastato un pizzico di ritmo in più, soprattutto nella parte centrale, dove l’azione si trova spesso ad arrancare, per fare di Nella terra delle creature selvagge un capolavoro a tutti gli effetti, ma ciò non impedisce a Jonze di confermarsi l’autore più ingegnoso e dotato della sua generazione, capace di offrire, comunque, un esempio di gran cinema, destinato a lasciare il segno.

Caterina Gangemi

Diary of the dead – Le cronache dei morti viventi

29 Ottobre 2009 di cineclick

diaryofthedeadRecensione
titolo originale: Diary of the dead
regia: George A. Romero
cast: Michelle Morgan, Joshua Close, Shawn Roberts, Joe Dinicol
genere: Horror
nazione: USA
anno: 2007
distribuzione: Minerva Pictures Group
durata: 95′
uscita nelle sale: 30/10/2009
4

Jason (Joshua Close), giovane regista, sta girando un film dell’orrore insieme ai suoi amici. Il gruppo non s’immagina che il vero terrore si sta diffondendo in tutto il mondo, e che un’orda di morti viventi si sta riversando sulle strade, contagiando e uccidendo chiunque. Jason, mettendo a rischio la propria sopravvivenza, decide di documentare tutto, e con la sua macchina da presa, inizia riprendere la scioccante verità che i media stanno minimizzando.
Nel 2007 George A. Romero ritorna in vita con un progetto interessante, incerto se preso nei suoi difetti narrativi e interpretativi, ma sperimentale se si considera il passato cinematografico del regista.
Aderendo al successo stilistico di Blair Witch Project, l’occhio di Romero si moltiplica e si trasferisce su più strumentazioni video: dalle telecamere a circuito chiuso a quelle dei cellulari, sino alla macchina da presa del protagonista cinefilo.
La scelta di raccontare la storia attraverso diversi dispositivi non è casuale e il tema è evidente: chiunque ha la possibilità di diventare filmmaker, di documentare qualsiasi cosa con i mezzi a disposizione e poterla divulgare via Web, terreno fertile dell’amatoriale.
Romero fa il punto della situazione dell’individuo contemporaneo: immerso totalmente nella tecnologia e con la rete come piattaforma per diventare informatori attivi e non solo essere fruitori passivi dell’informazione.
Com’è solito nelle storie di Romero, anche in questa pellicola il regista torna a parlare della società per mezzo dei suoi morti viventi, sempre più famelici e pericolosi. Inoltre trova un pretesto per parlare di cinema e del suo linguaggio come modo per combattere il monopolio dei media.
È un film che fa riflettere sul ruolo dell’informazione: gli avvenimenti che stanno accadendo in tutto il mondo vengono divulgati occultando la gravità della situazione.
La crisi dell’informazione è un pretesto per il protagonista Jason di documentare quanto sta accadendo, di poter informare e possibilmente aiutare tutti coloro che fuggono o lottano contro gli zombie.
Internet diventa la roccaforte dell’informazione amatoriale, quella che vuole essere verità.
Durante la pellicola, la telecamera passa da persona a persona, ma il protagonista Jason, esemplifica il cinismo dell’operatore dietro la macchina da presa e il distacco dalla realtà per poterla mostrare.
L’impronta di Romero è evidente, ma stavolta non eccezionale. Le cronache dei morti viventi ha il terribile difetto di essere troppo sperimentale, e non lascia spazio ad una storia realmente solida, convincente e coinvolgente.
Le interpretazioni degli attori sono più che scadenti e le reazioni dei personaggi di fronte ad eventi terribili, sono talmente irrealistiche da lasciare incredulo lo spettatore, fin troppo abituato a muoversi e veder muovere qualcuno nel mondo horror.
Gli shock sono pochi, ma lo splatter e il gore non mancano di certo, dando al pubblico un minimo di appagamento.
Sono numerosi i riferimenti ai primi film del regista (La notte dei morti viventi e Zombie) – che i veri amatori di questo filone noteranno sicuramente – come ad esempio alcuni “camei” di personaggi storici dell’universo romeriano.
Nel precedente Romero, non c’è mai stato così tanto spirito cinico nel raccontare una storia di zombie, ma ha giocato tutte le carte in tavola a suo sfavore, nel tentativo – non riuscito – di  rinnovare il suo stile. Il rischio, sfortunatamente, è stato ripagato con un film non convincente.

Riccardo Rudi

L’isola delle coppie

29 Ottobre 2009 di cineclick

lisoladellecoppieRecensione
titolo originale: Couples Retreat
regia: Peter Billingsley
cast: Vince Vaughn, Jason Bateman, Kristen Bell, Malin Akerman, Jean Reno
genere: Commedia
nazione: USA
anno: 2009
distribuzione: Universal Pictures
durata: 113′
uscita nelle sale: 04/12/2009
4

Per salvare il loro matrimonio, Jason (Jason Bateman) e Cynthia (Kristen Bell) organizzano un viaggio e invitano i loro amici per condividere un po’ di relax. Dave (Vince Vaughn) e Ronny (Malin Akerman), coppia ideale dal solido matrimonio, non si lasciano sfuggire l’opportunità di godersi per cinque giorni il pacchetto vacanze “Eden”, ma le aspettative vengono deluse quando scoprono che sono costretti a seguire corsi di terapia matrimoniale tenuti da Marcel (Jean Reno), stravagante guida spirituale, e incontri con esperti psicoanalisti del settore. Da vacanza relax si trasforma in un inaspettato viaggio all’interno dei problemi coniugali.
L’isola delle coppie è una commedia anonima e priva di stile narrativo, in cui il regista Peter Billingsley non si sforza minimamente di caratterizzare i suoi personaggi e inserirli in situazioni comiche convincenti. L’intera trama procede senza colpi di scena e la prevedibilità delle situazioni rende questa pellicola assolutamente trascurabile. La storia segue fedelmente il filone cinematografico delle vacanze stravaganti, dove fraintendimenti amorosi, situazioni imbarazzanti e relazioni problematiche hanno una risoluzione in pieno stile comedy.
I personaggi sono piatti: i legami tra loro non sono interessanti, così come la loro evoluzione. La caratterizzazione in alcuni viene a malapena accennata, mentre per i presunti protagonisti è quasi del tutto assente. Il personaggio di Dave - centrale nella storia – è retto solo grazie alla riconoscibilità dell’attore che lo impersona – Vince Vaugh – e solo grazie a questo riesce ogni tanto a coinvolgere lo spettatore e  strappargli qualche sorriso.
Il tema portante del film dovrebbe vertere soprattutto sui verosimili e bizzarri problemi di coppia, e il film sarebbe dovuto procedere sulle conseguenze esilaranti dell’incontro/scontro con la località esotica, ma queste potenzialità narrative si perdono alla deriva.
La sterilità dell’intera pellicola risiede sia nella trama già vista in parecchie commedie, sia nei cliché monotoni che vestono le coppie, ognuna delle quali ha una particolare caratteristica comica (o così dovrebbe essere): c’è la coppia metodica e fissata con l’organizzazione (Jason Bateman e Kristen Bell); c’è quella buffa costituita dalla fuori di testa (Hali Hawk) e dall’ingombrante Faizon Love; quella che vive il matrimonio senza passione, cornificandosi a vicenda (Jon Favreau e Kristin Davis) e, infine, quella che apparentemente sembra più unita, ma che nasconde problemi ben più grossi (Vince Vaughn e Malin Akerman).
Le dinamiche di coppia non vengono espresse bene, e la coppia protagonista Dave/Ronnie è la meno efficace. Sono più divertenti i loro figli.
La comicità è soffocata e non decolla con facilità e ogni ostacolo introdotto trova una risoluzione affrettata in un finale inconcludente. Ci sono comunque elementi narrativi validi e alcuni personaggi che funzionano: Jean Reno nei panni di un fanatico maestro di meditazione e Carlos Ponce che interpreta l’esperto di yoga Salvatores riservano momenti davvero divertenti. Peccato che questi personaggi non siano una costante del film.
Il problema principale risiede nella sceneggiatura, costruita malamente all’insegna di una comicità fatta di tentativi e di ipotetiche atmosfere esilaranti. Per colpa di dialoghi dispersivi e di battute anti-screwball comedy  si perde totalmente lo spirito goliardico della pellicola.
Apprezzabili alcune scene (ad esempio la gara di Guitar Hero), ma il resto è facilmente dimenticabile.

Riccardo Rudi