Archivio per Giugno 2009

Una notte da leoni

24 Giugno 2009

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titolo originale: The Hangover
regia: Todd Phillips
cast: Bradley Cooper, Ed Helms, Zach Galifianakis, Justin Bartha, Heather Graham
genere: Commedia
nazione: USA
anno: 2009
durata: 100’
distribuzione: Warner Bros. Italia
uscita nelle sale: 19/06/2009
giudizio: 7

La commedia americana, come praticamente tutti i generi partoriti da Hollywood, oltre ai  suoi alti e bassi segue anche le correnti alternate che, dalle più varie fonti, ne segnano l  l’umorismo: lo slapstick, l’ironia raffinata, il demenziale e via discorrendo. La commedia contemporanea è sicuramente figlia della demenzialità eversiva degli anni ’80, ma con un gusto paradossale fino all’autocompiacimento e fin troppo verbosa (basti vedere la discutibile factory di Judd Apatow).
Sembra per questo una salutare boccata d’aria fresca il nuovo film di Todd Phillips, dopo il successo di Starsky & Hutch (esemplare del filone prima descritto), che gioca con gli ingredienti classici della commedia brillante aggiornandola saggiamente ai tempi, ai costumi, ai ritmi odierni: facendo chiaramente centro.
L’addio al celibato di Doug si preannuncia epocale: due giorni a Las Vegas tra azzardo, donne, alcool. Ma cosa succede se lo sposo sparisce e i suoi amici non si ricordano cosa diavolo sia successo?
Una commedia a suo modo screwball (cioè frenetica e piena di situazioni assurde) che sembra un incrocio – scritto da Jon Lucas e Scott Moore – tra Ma papà ti manda sola? e Cose molto cattive, in cui l’azione, l’humour e il perfetto gioco del cast assicurano due ore di intrattenimento perfetto.
Rispetto ai film precedenti del regista, questo lungo e articolato flashback prende uno dei momenti chiave di una certa sottocultura americana, l’addio al celibato, nel luogo simbolo della perdizione USA, quella Las Vegas in cui ogni cosa accaduta, lì rimane, seppellita nel deserto; e illuminato da tutti i neon del caso scorrono donne, mafiosi cinesi, tigri, materassi, fiches e Mike Tyson.
Il tutto condotto a ritmo sostenuto da un Phillips che, dopo un avvio da serie tv, dove le canzoni e la messinscena sembrano condire del blando nulla, il racconto si fa più corposo e divertente, sorretto da un umorismo meno lasco del solito in cui qualche stereotipo si sposa con non poche trovate intelligenti (la gag dei tre in commissariato, ammanettati).
La sceneggiatura, che forse nello sviluppo ha qualche intoppo, sorprende nella cura della costruzione, nel senso per i personaggi (deliziosa la mammina spogliarellista Jade) e nell’imprevedibilità di alcune situazioni, rese divertenti da una regia di puro consumo ma a suo agio senza eccedere in volgarità e beceraggini.
Di sicuro, più che dell’apporto di Phillips, vale quello del cast, capitanato dal valido Bradley Cooper e impreziosito dallo straordinario Zach Galifianakis, commediante di razza che pare un incrocio deviato tra Philip Seymour HoffmanJack Black; ma nel complesso, sommando limiti, pregi ed elementi in ballo, si ottiene la formula di un film sanamente divertente, cattivello quanto basta e corroborante, con cui godersi una serata al cinema tra amici: e possibilmente senza tigri.

Emanuele Rauco

Coraline e la porta magica

21 Giugno 2009

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titolo originale: Coraline
regia: Henry Selick
cast:
genere: Animazione
nazione: USA
anno: 2009
durata: 100’
distribuzione: Universal Pictures
uscita nelle sale: 19/06/2009
giudizio: 8

L’animazione completa, in ogni sua forma e sfumatura: è questo, sintetizzando in poche parole, il ritorno di Henry Selick, regista di Nightmare Before Christmas (Burton ne era solo il supervisore) e di un paio di bizzarri tentativi tra animazione e live action, che approda nuovamente all’animazione pura.
Lo fa approfittando del grande rilancio del 3D e della tecnologia a esso collegata, proponendo un film d’animazione in stop-motion in cui si parla di splendidi e inquietanti mondi paralleli: ed è di nuovo un gioiello.
Coraline è un bambina potenzialmente felice, ma insoddisfatta e annoiata, specie del luogo dove abita e del rapporto coi genitori: ma un giorno trova un corridoio che, dalla sua casa, la porta in un mondo in tutto e per tutto uguale al suo ma più bello e colorato e vivibile. Almeno in apparenza.
Una fiaba a suo modo innovativa e rivoluzionaria, scritta da Selick partendo dal romanzo di Neil Gaiman, che persegue il percorso dark, onirico e visionario dei suoi autori riuscendo anche a ricostruire i topoi del racconto per bambini e a rivolgersi esplicitamente anche agli adulti.
Il film infatti riflette sul rapporto tra genitori e figli cercando realmente di capire cosa non funziona nel percorso comunicativo di due ruoli tanto distanti e di due mondi mentali e fisici quasi in antitesi: Coraline è un’adolescente che parla poco e che preferisce circondarsi di oggetti e animali che parlino per/con lei, i genitori invece sono espansivi e comprensivi, ma incapaci di entrare nella sua indole.
Ci si riesce solo quando Coraline può “evadere” e sta qui l’idea straordinaria del film: il mondo in cui si trova e che pare poterla capire è del tutto identico al suo, non cambiano di molto nemmeno i caratteri dei personaggi, l’unica cosa che cambia è l’atteggiamento della protagonista, come a dire che i problemi sono solo di lunghezza d’onda psicologica. E Selick è bravissimo nel giocare con la percezione dello spettatore, nel venare di ossessione questa contemporanea versione del paese delle meraviglie dove il male è così attuale e strisciante da richiedere semplicemente di smettere di vedere (i bottoni cuciti sugli occhi).
Al di là di questa folgorante metafora e dei suoi significati anche politici, il film resta eccellente anche e soprattutto per la quantità di trovate narrative, scenografiche e immaginifiche che Selick fa esplodere coi minuti e che sa venare di costante e crescente inquietudine: dai titoli di testa, la costruzione di scenografie (la stanza degli insetti) e fotografia (il gioco tra bianco e nero e i finti colori)  raggiungono, a prescindere dall’incantevole 3D, risultati straordinari e il film, ritmato in modo sinistro dalle musiche di Bruno Coulais e They Might Be Giant, raggiunge nell’ultima mezz’ora momenti assolutamente memorabili.
Selick fa ancora una volta centro, dimostra una straordinaria capacità di mescolare l’atemporalità del passo uno con la modernità delle tre dimensioni e apre il suo racconto puberale a lle inquietudini dell’età adulta: esempio di come l’animazione sa essere – più che spesso – cinema totale e profondo.

Emanuele Rauco

Un’estate ai Caraibi

20 Giugno 2009

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titolo originale: Un’estate ai Caraibi
regia: Carlo Vanzina
cast: Enrico Brignano, Martina Stella, Biagio Izzo, Carlo Buccirosso, Gigi Proietti
genere: Commedia
nazione: Italia
anno: 2009
durata: 110’
distribuzione: Medusa
uscita nelle sale: 19/06/2009
giudizio: 5

La genesi del titolo dovrebbe già dare un’idea di come vedono l’Italia e gli spettatori i fratelli Vanzina, o i loro produttori: dall’iniziale Last minute Caraibi, abbandonato sia per il timore che il pubblico non capisse o identificasse subito sia per l’assonanza con il fallimentare Last minute Marocco, si è passati al più conforme Un’estate ai Caraibi, cosicché il pubblico abbia già l’idea di vedere un prodotto seriale.
Che s’instrada sulla scia dei vecchi film estivi e del rinato cine-cocomero, seguendo di un anno il fortunato, ma non troppo, e orribile Un’estate al mare. Fatta salva l’ormai appurata incapacità di far ridere e guardare un’Italia da fiction, il film è appena migliore del suo precedente.
Varie storie pretestuosamente intrecciate: un ragazzo che in vacanza per dimenticare la ragazza e la trova col suo migliore amico, un imprenditore che si trascina l’autista trattandolo come uno schiavetto, un uomo che, convinto di star per morire, vola ai tropici per godersi gli ultimi lampi di vita, un dentista che si porta l’amante in vacanza cercando di nasconderla ai parenti e infine un poveraccio che con un bambino vivono di espedienti e che potrebbero trovare l’occasione della vita.
La scelta della cornice (Antigua), dei personaggi e degli intrecci scritti dai soliti Enrico e Carlo è quanto di più banale e corrivo esista, ma la scelta di una commedia “di costume” che provi a confrontarsi con la sua tradizione diventa un prodotto innocuo e blando, senza le vette atroci del precedente.
Innanzitutto sembra che la realtà sia più presente nel film, fosse solo per la crisi economica globale e per la berluscomania che, come nel resto della nazione, pare aver afflitto il duo di fratelli, provando a mettere in scena un’umanità che forse non esiste (la grande maggioranza dei personaggi ha soldi e benessere che la metà bastano), ma di cui s’intravedono lampi, come nel personaggio dell’onorevole maneggione e fascistello.
Peccato che il film resti comunque sessuofobico, nonostante l’esibizione femminile, e moralista, con tanti intrighi di sesso mai concretizzati, relegato agli anni ’80, perfino patetico nei toni di alcuni episodi.
Come e peggio di alcuni epigoni della commedia nostrana, la sceneggiatura non bacchetta mai i personaggi, si fa complice dei loro difetti e offende l’intelligenza dello spettatore non allineato, che non si può accontentare di qualche scena meglio scritta e di una regia appena meno sciatta del solito.
E anche gli attori restano sottotono, se non imbarazzanti come il trittico livornese Martina Stella-Paolo Conticini-Paolo Ruffini, e qualche sorriso possono strapparlo solo due mattatori come Maurizio Mattioli e Carlo Buccirosso. Chi s’accontenta godrà, gli altri si spera non entreranno nemmeno in sala.

Emanuele Rauco

I love Radio Rock

19 Giugno 2009

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titolo originale: The Boat that Rocked
regia: Richard Curtis
cast: Philip Seymour Hoffman, Bill Nighy, Rhys Ifans, Kenneth Branagh
genere: Commedia
nazione: Gran Bretagna
anno: 2009
durata: 129’
distribuzione: Universal Pictures
uscita nelle sale: 12/06/2009
giudizio: 7

Se una radio è libera, ma libera veramente, mi piace anche di più perché libera la mente. Così diceva Eugenio Finardi negli anni ’70, in una delle sue canzoni più famose, scritta in un’epoca in cui bastava avere un trasmettitore amatoriale e qualche disco per ritagliarsi la propria fetta di libertà.
Quell’epoca è al centro del nuovo film di Richard Curtis, ventennale alfiere della comicità inglese al cinema o in tv, che mescola musica, humour e personaggi strampalati in un suo personalissimo omaggio alla Swingin London, realizzando una pellicola divertente e “orecchiabile”.
Al largo del Mare del Nord, una nave ospita Radio Rock, un’emittente pirata che dà al pubblico ciò che la BBC non dà: rock and roll 24 ore al giorno. Ma il governo britannico non è affatto d’accordo e cercherà in tutti i modi di far chiudere l’emittente. Il tutto filtrato dagli occhi di Carl, ragazzino inviato sulla nave per imparare un po’ di vita dal padrino Quentin, direttore della radio.
Di nuovo una commedia corale scritta dallo stesso regista, ispirata a MASH e Animal House, che però sembra per spirito e tratti narrativi una specie di Porky’s con musiche e un umorismo più raffinato, in cui satira e goliardia si fondono.
Ispirato a vari racconti, mitologici o reali, su queste radio che a metà degli ani ’60 diffondevano il verbo musicale in Gran Bretagna, il film racconta lo spirito musicale di una nazione che in quegli anni creava la migliore musica del mondo attraverso il rapporto col proprio pubblico, ironicamente fatto di ragazze in calore e ragazzi ribelli, e con le istituzioni, che a una schitarrata continuano a preferire l’arpa: uno spirito che, come nei modelli prima citati, diventa l’unica risposta possibile all’ottusità della realtà (la scena della parolaccia in diretta).
Il ritmo, le scene, l’affresco e la satira (il natale del primo ministro) funzionano così come il tono generale è quello giusto nel mescolare humour e nostalgia, anche se il film – difetto sempiterno di Curtis – è troppo lungo e frammentario e non è ben chiaro se la svolta nel finale sia solo una parodia del Titanic o un facile appiglio alla retorica del passato.
La sceneggiatura probabilmente è il punto debole del film, almeno sulla lunga di distanza, e a tratti pare confondere la dimensione corale con quella della raccolta di scene e bozzetti, ma non lesina in momenti divertenti (la cronaca delle nozze), affidando alla regia il compito di riesumare uno spirito forse mai sopito o forse esistito solo nei ricordi di giovinezza.
E poi con un cast così ci si può solo lasciare andare: tra Philip Seymour Hoffman, Bill Nighy, Rhys Ifans, Nick Frost, per non parlare di Kenneth Branagh nel ruolo del cattivo, c’è di che godere, rockando e rollando a bordo di una barca che non la vuole proprio smettere di muoversi.

Emanuele Rauco

Visions

18 Giugno 2009

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titolo originale: Visions
regia: Luigi Cecinelli
cast: Henry Garrett, Jakob Von Nichel, Caroline Kessler, Steven Matthews
genere: Thriller
nazione: Italia
anno: 2008
durata: 108’
distribuzione: Cinecittà Luce
uscita nelle sale: 05/06/2009
giudizio: 5

Recentemente Umberto Lenzi, alfiere del thriller e dei generi italiani negli anni ’70, ha dichiarato di essere soddisfatto del ritorno di un certo cinema nostrano – magari di nicchia, magari underground – al genere, alle sperimentazioni narrative (peccato che stesse parlando del pessimo Sbirri).
Di sicuro, di questo rinnovato filone di cui si aspetta sempre il definitivo rilancio, fa parte anche il primo lungometraggio di Luigi Cecinelli, regista molto attivo nei corti, che grazie a finanziamenti e produzione estera riesce ad arrivare anche nelle nostre sale. Il risultato però è altamente deludente.
La storia in sé già non promette nulla: Mat, dopo il coma che gli ha lasciato un’amnesia permanente, è ricoverato in un istituto psichiatrico, dove ha spesso strane visioni macabre. Assieme a una giornalista e al direttore dell’istituto, un tempo consulente dell’FBI nella cattura di un serial killer, proverà a fare luci su queste visioni.
I rimandi, i saccheggi e i plagi si sprecano nella sceneggiatura di Andrea Dal Monte che vorrebbe dare una risposta più riflessiva e “raffinata” ai meccanismi di Saw, ma che in realtà si perde in una marea di sponde investigative senza interesse.
Rispetto ai film a cui s’ispirerebbe, questo di Cecinelli – che ha aperto la prima edizione dell’Ostia Film Fest – sembra molto meno specifico, molto più “generalista” nel senso che pare realizzato per un pubblico di mezzo tra gli amanti del giallo truculento e gli appassionati dei fantasmi orientali, ovviamente non riuscendo a prendere nessuna delle due strade e sporcando tutto con accenni comici e americani (il personaggio di Nick) del tutto fuori luogo.
A rovinare ulteriormente l’impasto di Cecinelli ci pensa una confezione da film di serie C, in cui la tenuta narrativa e quella filmica sono lasciate allo sbaraglio e la logica della narrazione sacrificata al banale colpo di scena finale.
Solo una delle colpe della sceneggiatura che vorrebbe ingarbugliare tutto ma non riesce nemmeno a raccontare l’ovvio e cade nelle facili banalizzazioni dei film straight to video, così come la regia non riesce a dare nemmeno l’ombra dello spettacolo, a causa di una fotografia e di effetti speciali piuttosto scipiti.
Esattamente come lo sono gli attori, tra cui l’imbarazzante protagonista Henry Garrett, uno dei molti illustri sconosciuti che completano il quadro di una produzione davvero poco allettante, che non crediamo possa accontentare nemmeno il più accanito tra i fans del genere.

Emanuele Rauco

Star System – Se non ci sei non esisti

17 Giugno 2009

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titolo originale: How to lose friends and alienate people
regia: Robert Wiede
cast: Simon Pegg, Kirsten Dunst, Gillian Anderson, Megan Fox, Jeff Bridges
genere: Commedia
nazione: USA
anno: 2008
durata: 110’
distribuzione: Mikado
uscita nelle sale: 08/05/2009
giudizio: 6

Il circo del cinema e le passerelle della moda e della celebrità offrono una ampia scelta per quanto riguarda follie, aneddoti, bizzarrie da mostrare in un film, ben più di una volta, infatti, sceneggiatori e registi hollywoodiani si sono concentrati sulle follie dello showbiz.
Robert Wiede esordisce nel lungometraggio a soggetto raccontando non solo quelle eccentriche deviazioni, ma soprattutto il cotè giornalistico e mediatico che gli gira intorno: peccato che, tirando i remi in barca della satira, si accontenti di una semplice, seppur simpatica, commediola.
Tutto gira intorno a Sidney, giornalista anticonformista, che dopo aver creato un disastro a una festa di celebrità viene contattato dal direttore di Sharps, magazine di successo, per collaborare con loro: la lunga strada verso il successo e la soddisfazione sarà però costellata di fallimenti e compromessi.
Una trama simpatica già di primo acchito, a metà strada (almeno nel potenziale) tra Hollywood PartyIl diavolo veste Prada, che la sceneggiatura di Peter Straughan rende una commedia sentimentale e satirica che si fa notare per qualche gag azzeccata e per un po’ di cautela di troppo.
Facendo proprie le parole della proprietaria del suo appartamento, il film indaga con fare bonario e malizioso la “Sodoma e Gomorra” di Hollywood (sebbene il film sia ambientato a New York) il binomio sesso/lusso che pare regolarla, puntando l’accento sui meccanismi giornalistici con cui gli uffici stampa manipolano le riviste e di conseguenza consensi e percezione del pubblico.
Ovviamente il punto di vista è quello di un giornalista integerrimo e caustico, al bivio tra etica e carriera, chiaramente goffissimo, il che dà spunto a una girandola di gag ed equivoci che però si spengono dopo mezz’ora e si afflosciano – insieme al ritmo – col passare dei minuti, quando i dilemmi morali prendono il sopravvento, risolvendosi nel modo più facile.
La sceneggiatura tira l’intreccio – raccontato a ritroso – troppo per le lunghe e non convince nello scioglimento dei nodi e delle questioni, colpendo però per la verve di tutta la prima parte, a differenza di una regia che si spegne dopo l’incipit e si macchia di alcuni errori tecnici e di linguaggio (pessimo montaggio di David Freeman).
Sostanzialmente, quindi, la parziale riuscita del film di Wiede si deve al talento e alla vis comica di Simon Pegg, che informa tutto il film del suo tocco, coadiuvato da due donne non proprio memorabili ma belle come Kirsten Dunst e Megan Fox e fronteggiato da un grande Jeff Bridges. Alla fine della fiera, una commedia sentimentale come altre, con qualche frecciatina in più ma senza mai strafare: dopotutto, siamo sempre dentro il sistema.

Emanuele Rauco