RECENSIONE
titolo originale: Coraline
regia: Henry Selick
cast: —
genere: Animazione
nazione: USA
anno: 2009
durata: 100’
distribuzione: Universal Pictures
uscita nelle sale: 19/06/2009
giudizio: 
L’animazione completa, in ogni sua forma e sfumatura: è questo, sintetizzando in poche parole, il ritorno di Henry Selick, regista di Nightmare Before Christmas (Burton ne era solo il supervisore) e di un paio di bizzarri tentativi tra animazione e live action, che approda nuovamente all’animazione pura.
Lo fa approfittando del grande rilancio del 3D e della tecnologia a esso collegata, proponendo un film d’animazione in stop-motion in cui si parla di splendidi e inquietanti mondi paralleli: ed è di nuovo un gioiello.
Coraline è un bambina potenzialmente felice, ma insoddisfatta e annoiata, specie del luogo dove abita e del rapporto coi genitori: ma un giorno trova un corridoio che, dalla sua casa, la porta in un mondo in tutto e per tutto uguale al suo ma più bello e colorato e vivibile. Almeno in apparenza.
Una fiaba a suo modo innovativa e rivoluzionaria, scritta da Selick partendo dal romanzo di Neil Gaiman, che persegue il percorso dark, onirico e visionario dei suoi autori riuscendo anche a ricostruire i topoi del racconto per bambini e a rivolgersi esplicitamente anche agli adulti.
Il film infatti riflette sul rapporto tra genitori e figli cercando realmente di capire cosa non funziona nel percorso comunicativo di due ruoli tanto distanti e di due mondi mentali e fisici quasi in antitesi: Coraline è un’adolescente che parla poco e che preferisce circondarsi di oggetti e animali che parlino per/con lei, i genitori invece sono espansivi e comprensivi, ma incapaci di entrare nella sua indole.
Ci si riesce solo quando Coraline può “evadere” e sta qui l’idea straordinaria del film: il mondo in cui si trova e che pare poterla capire è del tutto identico al suo, non cambiano di molto nemmeno i caratteri dei personaggi, l’unica cosa che cambia è l’atteggiamento della protagonista, come a dire che i problemi sono solo di lunghezza d’onda psicologica. E Selick è bravissimo nel giocare con la percezione dello spettatore, nel venare di ossessione questa contemporanea versione del paese delle meraviglie dove il male è così attuale e strisciante da richiedere semplicemente di smettere di vedere (i bottoni cuciti sugli occhi).
Al di là di questa folgorante metafora e dei suoi significati anche politici, il film resta eccellente anche e soprattutto per la quantità di trovate narrative, scenografiche e immaginifiche che Selick fa esplodere coi minuti e che sa venare di costante e crescente inquietudine: dai titoli di testa, la costruzione di scenografie (la stanza degli insetti) e fotografia (il gioco tra bianco e nero e i finti colori) raggiungono, a prescindere dall’incantevole 3D, risultati straordinari e il film, ritmato in modo sinistro dalle musiche di Bruno Coulais e They Might Be Giant, raggiunge nell’ultima mezz’ora momenti assolutamente memorabili.
Selick fa ancora una volta centro, dimostra una straordinaria capacità di mescolare l’atemporalità del passo uno con la modernità delle tre dimensioni e apre il suo racconto puberale a lle inquietudini dell’età adulta: esempio di come l’animazione sa essere – più che spesso – cinema totale e profondo.
Emanuele Rauco