Notorius B.I.G.

By cineclick

notoriousbig_optRECENSIONE
titolo originale: Notorious
regia: George Tillman jr.
cast: Jamal Woolard, Derek Luke, Angela Bassett, Antonique Smith
genere: Biografico
nazione: USA
anno: 2008
durata: 98’
distribuzione: 20th Century Fox
uscita nelle sale: 17/07/2009
giudizio: 5

La musica e la cronaca a metà degli anni ’90 furono turbati  dalla guerra tra rapper che fece non poche vittime tra le quali due tra i più rivoluzionari tra gli artisti hip hop, Tupac Shakur e Notorious B.I.G. tra i principali protagonisti) di una rivalità musicale e umana, oltre che legale (e qui si annidano i maggiori sospetti) che infiammò i media dell’epoca.
A quest’epoca, e alla vita di B.I.G. (che sta per Business Instead Games), è rivolto il nuovo film di George Tillman jr., specializzato in pellicole traboccanti di orgoglio nero, che non riesce però ad andare al di là di una mediocrità da prodotto hollywoodiano pre-confezionato.
L’ascesa di Christopher Wallace – questo il vero nome di Notorious B.I.G. – dai suoi inizi come spacciatore di crack a Brooklyn, fino al successo come protagonista indiscusso della scena hip-pop.
La sceneggiatura di Reggie Rock Bythewood e Cheo Hodari Coker non ha paura di rispettare tutte le norme del film biografico, ricamando sulla vita, l’infanzia, gli amori del corpulento protagonista e dicendo la propria sulle beghe legali e musicali che travolsero la scena hip-hop in quei vorticosi anni.
Il film traccia infatti un quadro del conflitto verbale, musicale e a mano armata, tra East e West Coast, per meglio dire tra Bad Boy e Death Row, le etichette musicali che si contendevano gli artisti black dell’epoca; e Tillman jr. usa questo sfondo per raccontare la (sub)cultura nera del gangsta rap, musica ossessiva e ripetitiva, piena di violenza ed emblema di una mentalità machista e razzista che colpisce gran parte del popolo afro-americano.
Ma un film prodotto dallo stesso Daddy (accusato assieme al suo protetto Notorious dell’omicidio di Tupac), dalla madre di Notorious e interpretato dal figlio non può essere attendibile e tra agiografia appena macchiata da sesso e droga, il film vive degli stessi pregi (pochi) e difetti (molti), della cultura che racconta e che ha appaltato le ragioni produttive del film, eliminandone quelle narrative e artistiche.
Una regia totalmente assente, che dà tracce di sé solo utilizzando immagini e interviste di repertorio, che si affianca a una sceneggiatura furbesca e truffaldina, in cui la manipolazione di fatti noti all’opinione pubblica si esalta con la finta saggezza e la vera retorica, culminando in un finale moralistico, scritto in sovrimpressione.
Un biopic standard per un pubblico afro-americano standard che non solo racconta piattamente la vita dell’artista, ma vorrebbe anche farne il santino, già sulla scrivania di Stallone che doveva realizzarne un’opera d’inchiesta, e diventato solo un modo per rilanciare figure non proprio sulla vetta come Faith Evans, Lil’ Kim o lo stesso Daddy, interpretati da attori che si curano più della somiglianza che della prova recitativa. Sperando solo che con questo film si riesca nel miracolo di far riflettere il pubblico sulla condizione culturale e artistica del popolo nero.

Emanuele Rauco

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