Archivio per la categoria ‘Anteprime’

L’isola delle coppie

29 Ottobre 2009

lisoladellecoppieRecensione
titolo originale: Couples Retreat
regia: Peter Billingsley
cast: Vince Vaughn, Jason Bateman, Kristen Bell, Malin Akerman, Jean Reno
genere: Commedia
nazione: USA
anno: 2009
distribuzione: Universal Pictures
durata: 113′
uscita nelle sale: 04/12/2009
4

Per salvare il loro matrimonio, Jason (Jason Bateman) e Cynthia (Kristen Bell) organizzano un viaggio e invitano i loro amici per condividere un po’ di relax. Dave (Vince Vaughn) e Ronny (Malin Akerman), coppia ideale dal solido matrimonio, non si lasciano sfuggire l’opportunità di godersi per cinque giorni il pacchetto vacanze “Eden”, ma le aspettative vengono deluse quando scoprono che sono costretti a seguire corsi di terapia matrimoniale tenuti da Marcel (Jean Reno), stravagante guida spirituale, e incontri con esperti psicoanalisti del settore. Da vacanza relax si trasforma in un inaspettato viaggio all’interno dei problemi coniugali.
L’isola delle coppie è una commedia anonima e priva di stile narrativo, in cui il regista Peter Billingsley non si sforza minimamente di caratterizzare i suoi personaggi e inserirli in situazioni comiche convincenti. L’intera trama procede senza colpi di scena e la prevedibilità delle situazioni rende questa pellicola assolutamente trascurabile. La storia segue fedelmente il filone cinematografico delle vacanze stravaganti, dove fraintendimenti amorosi, situazioni imbarazzanti e relazioni problematiche hanno una risoluzione in pieno stile comedy.
I personaggi sono piatti: i legami tra loro non sono interessanti, così come la loro evoluzione. La caratterizzazione in alcuni viene a malapena accennata, mentre per i presunti protagonisti è quasi del tutto assente. Il personaggio di Dave - centrale nella storia – è retto solo grazie alla riconoscibilità dell’attore che lo impersona – Vince Vaugh – e solo grazie a questo riesce ogni tanto a coinvolgere lo spettatore e  strappargli qualche sorriso.
Il tema portante del film dovrebbe vertere soprattutto sui verosimili e bizzarri problemi di coppia, e il film sarebbe dovuto procedere sulle conseguenze esilaranti dell’incontro/scontro con la località esotica, ma queste potenzialità narrative si perdono alla deriva.
La sterilità dell’intera pellicola risiede sia nella trama già vista in parecchie commedie, sia nei cliché monotoni che vestono le coppie, ognuna delle quali ha una particolare caratteristica comica (o così dovrebbe essere): c’è la coppia metodica e fissata con l’organizzazione (Jason Bateman e Kristen Bell); c’è quella buffa costituita dalla fuori di testa (Hali Hawk) e dall’ingombrante Faizon Love; quella che vive il matrimonio senza passione, cornificandosi a vicenda (Jon Favreau e Kristin Davis) e, infine, quella che apparentemente sembra più unita, ma che nasconde problemi ben più grossi (Vince Vaughn e Malin Akerman).
Le dinamiche di coppia non vengono espresse bene, e la coppia protagonista Dave/Ronnie è la meno efficace. Sono più divertenti i loro figli.
La comicità è soffocata e non decolla con facilità e ogni ostacolo introdotto trova una risoluzione affrettata in un finale inconcludente. Ci sono comunque elementi narrativi validi e alcuni personaggi che funzionano: Jean Reno nei panni di un fanatico maestro di meditazione e Carlos Ponce che interpreta l’esperto di yoga Salvatores riservano momenti davvero divertenti. Peccato che questi personaggi non siano una costante del film.
Il problema principale risiede nella sceneggiatura, costruita malamente all’insegna di una comicità fatta di tentativi e di ipotetiche atmosfere esilaranti. Per colpa di dialoghi dispersivi e di battute anti-screwball comedy  si perde totalmente lo spirito goliardico della pellicola.
Apprezzabili alcune scene (ad esempio la gara di Guitar Hero), ma il resto è facilmente dimenticabile.

Riccardo Rudi

Tra le nuvole – Up in the air

28 Ottobre 2009

uintheairRecensione
titolo originale: Up in the air
regia: Jason Reitman
cast: George Clooney, Vera Farmiga, Anna Kendrick, Jason Bateman
genere: Commedia
nazione: USA
anno: 2009
distribuzione: Universal Pictures
durata: 109′
uscita nelle sale: 15/01/2010
5

Dopo l’esordio scoppiettante con la satira di Thank you for smoking, e la pluripremiata gravidanza dell’adolescente Juno, Jason Reitman ricorre ancora una volta alla collaudata formula dell’operetta morale, dissimulata sotto una spessa coltre di humor caustico, per portare sugli schermi l’impietoso ritratto dell’America yuppie e senza scrupoli.
Ispirato ad un romanzo del giornalista-scrittore Walter Kirn, Tra le nuvole è la parabola di Ryan Bingham (George Clooney), fascinoso e affermato cacciatore di teste, ovvero addetto al licenziamento, per un’importante multinazionale. Scapolone incallito e viaggiatore di professione, Ryan non chiede di meglio dalla vita che alberghi di lusso e nuovi bonus di miglia aeree da aggiungere al suo già nutrito carnet, e soprattutto, non teme di proclamare con fierezza i vantaggi del suo status di nomade d’alta quota, rispetto al calore del focolare domestico. Risolutivo sarà l’incontro con due donne: la seducente Alex(Vera Farmiga), una sorta di suo alter ego femminile, e la goffa Natalie (Anna Kendrick), giovanissima collega rampante, le quali, ponendolo faccia a faccia con gli aspetti più aberranti della propria vita privata e professionale, costringeranno l’esistenza di Ryan ad un brusco atterraggio.
Con l’astuzia imbonitrice di un moderno predicatore, il figlio d’arte Reitman riesce ancora una volta a trovare la confezione più accattivante attraverso la quale smerciare il suo mondo di valori familiari dal gusto vagamente reazionario, e lo fa sfruttando i meccanismi più efficaci della sit-com tradizionale: battute a raffica e apologo finale. E’ infatti nel connubio tra la verve del divo Clooney e la precisione di uno script a orologeria che Tra le nuvole si costruisce, veicolando il suo messaggio nella transizione che, dall’osservazione compiaciuta dell’adorabile mascalzone Ryan, culmina nella sua assunzione a monito per chi fosse propenso a farsi sedurre da cotanto modello, non propriamente edificante.
Il che potrebbe anche funzionare, per lo spettatore disposto a riconoscersi in un certo tipo di umorismo e ad abbandonarsi a un po’ di facile risata. Decisamente arduo è invece, per il pubblico più smaliziato che magari ha già avuto modo di vedere all’opera il regista canadese, sorvolare sull’artificiosità di una realtà in cui tutti, ma proprio tutti, perfino l’impiegato medio che sta per essere rispedito a casa, si destreggiano nelle situazioni con l’arguzia del più navigato stand-up comic. Così come è intollerabile tentare di non mangiare subito la foglia e accettare il confluire del cinismo e dell’irriverenza iniziali verso il buonismo più politically-correct che si possa immaginare. Degno di nota, in positivo, l’impegno del cast, ottimo e ben affiatato, capace di reggere con brio l’insensatezza dell’insieme.

Caterina Gangemi

The city of your final destination

22 Ottobre 2009

no-problem_locRECENSIONE
titolo originale: The city of your final destination
regia: James Ivory
cast: Anthony Hopkins, Laura Linney, Charlotte Gainsbourg, Omar metwally, Hiroyuki Sanada, Alexandra Maria Lara
genere: Drammatico
nazione: USA
anno: 2009
distribuzione:
durata: 117
uscita nelle sale: -

5

Costretto, per ottenere il dottorato, a scrivere la biografia dello scrittore latino americano Jules Gund, morto prematuramente dopo aver dato alla luce il suo primo e unico capolavoro, Omar, ricercatore di letteratura presso l’Università del Colorado, apprende con sconforto che gli eredi non gli hanno concesso l’autorizzazione.
Il giovane non si rassegna al rifiuto e incalzato dalla meticolosa fidanzata Deirdre (Alexandra Maria Lara),  decide di fare bagagli e biglietto destinazione Uruguay per incontrare personalmente i Gund e tentare di far cambiare loro idea. Ad accoglierlo nell’enorme e decadente tenuta di  famiglia,  è una sorta di clan, “allargato” e bizzarro  che comprende la vedova Caroline (Laura Linney), Arden (Charlotte Gainsbourg)  e la piccola Portia, rispettivamente amante e figlia dello scrittore, e il fratello Adam (Anthony Hopkins) col suo compagno Pete (Hiroyuki Sanada). Con la sua apparizione improvvisa, Omar getta immediatamente scompiglio all’interno del gruppo, già in precario equilibrio, trovandosi suo malgrado al centro di intrighi e torbidi segreti che lo porteranno a interrogarsi su se stesso e riconsiderare la propria vita.
Che James Ivory sia un tipo poco incline al cambiamento appare ormai una certezza definitiva. E’ infatti sufficiente ripercorrerne la lunghissima carriera per osservare come, dagli albori del sodalizio col fido Ismail Merchant ad oggi, il suo cinema sia rimasto prodigiosamente immutato. Luoghi esotici, atmosfere ovattate e raffinate, influenza letterarie e cast di gran pregio: difficile riscontrare l’assenza di uno solo di questi  requisiti in un suo film. Non fa certo eccezione The city of your final destination, che sancisce ancora una volta la collaborazione con la sceneggiatrice Ruth Prawer Jhabvala, qui coinvolta nell’adattamento dell’omonimo romanzo di Peter Cameron, che aggiunge al Gran Tour del regista californiano una nuova tappa, il sud America.  Un Uruguay osservato attraverso il filtro del wasp colto e benestante, poco connotato e praticamente neutro, ma indispensabile alla tematizzazione del ricorrente confronto tra culture – peraltro rafforzato dalle origini iraniane del protagonista-  e il cui colore latino è affidato all’accoglienza della gente, e delle donne, soprattutto. Con una regia fatta di messe in scena impeccabili e quadri pittorici, più che di situazioni, Ivory segue il percorso di Omar, dallo smarrimento iniziale all’integrazione, quasi svogliatamente e indugiando nel perseguimento di una leggerezza, passabile in un primo momento, in quanto caratterizzante lo status annoiato-borghese dei personaggi, ma che alla lunga finisce per sfociare in superficialità. Così lo sbadiglio non tarda ad arrivare, ulteriormente spinto dall’inconsistenza di una storia priva di appeal e totalmente prevedibile nei suoi sviluppi sentimentali e dalla recitazione monocorde dello spaesato Omar Metwally.
The city of your final destination è, insomma, un Ivory allo stato puro che certo non deluderà gli appassionati: elegante e impeccabile quanto algido e leccato. Decorativo come un bell’oggetto di pregio da ammirare attraverso una teca, e dalla stessa utilità.

Caterina Gangemi

Hachiko

18 Ottobre 2009

hachikoRECENSIONE
titolo originale: Hachiko: A dog’s story
regia: Lasse Hallstrom
cast: Richard Gere, Joan Allen, Jason Alexander, Cary-Hiroyuki Tagawa, Sarah Roemer, Erick Avari
genere: Drammatico
nazione: USA
anno: 2009
distribuzione: Lucky Red
durata: 93′
uscita nelle sale: –/–/—-
6

Ispirato ad un episodio realmente accaduto (pare), nella Tokyo degli anni ’20, e immediatamente divenuto parte del patrimonio folkloristico giapponese, Hachiko è la storia della straordinaria e indissolubile amicizia tra un uomo e il suo cane.
Parker Wilson (Richard Gere) è un benestante professore di musica costretto, per lavoro, a prendere il treno tutti i giorni. La sua routine procede serenamente ogni mattina, tra un caffè al chiosco dell’amico Shabir (Erick Avary) e due chiacchiere con Carl (Jason Alexander), gentile capostazione, finchè si imbatte in un cucciolo smarrito che gironzola tra i binari. Subito intenerito, Parker decide di adottare l’animale, nonostante la riluttanza della moglie Kate (Joan Allen), “battezzandolo” col nome di Hachiko per via della medaglietta sul collare raffigurante l’ideogramma giapponese Hachi, il numero otto, simbolo di fedeltà. Tra i due si crea presto un legame speciale, quasi simbiotico, al punto che il cane, incapace di accettare il quotidiano allontanamento dal professore, prende l’abitudine di accompagnarlo alla stazione per poi riaccoglierlo al suo ritorno. Così ogni giorno per settimane, mesi, anni, con dedizione talmente assoluta da mantener vivo il rituale oltre ogni ostacolo, perfino il più estremo.
A 15 anni di distanza da quel “La mia vita a quattro zampe” che ne consacrò la popolarità a livello mondiale, lo svedese Lasse Hallstrom rispolvera il suo lato cinofilo, al servizio di un family-movie dal più classico degli impianti. Con l’ambientazione spostata negli Stati Uniti, per agevolare l’empatia del pubblico occidentale, Hallstrom concentra l’attenzione sul legame tra Hachiko e Parker attraverso una stilizzazione fiabesca e quasi astratta di caratteri e ambienti. Ogni elemento è infatti concepito in modo da creare un’atmosfera idilliaca e amena, dove tutto procede con ordine e semplicità, senza concessioni a negatività o sgradevolezza alcuna: dagli edifici graziosi e accoglienti, alle strade linde e sgombre da automobili, fino ai personaggi, così amabili e generosi che sembrano usciti direttamente da un cartoon Disney vecchio stile. Un insieme zuccheroso e stucchevole, e perciò ideale per veicolare valori, trasmettere l’edificante messaggio di fondo e, naturalmente, strappare qualche sorriso (ma, soprattutto, molte lacrime). Insomma, Hachiko è esattamente ciò che si propone di essere: un prodotto per tutte le età, ruffiano ma efficace, che gioca la carta dell’adorabile quattro zampe a beneficio dei bambini, compiacendo nel contempo le mamme col maturo sex-simbol Gere. Mentre i più cinici, qualora capitati per caso o costretti alla visione, beneficieranno almeno della presenza di Jason Alexander, il mitico George Costanza della sit-com Seinfeld, unico in grado di conferire un minimo di spessore alla galleria di figurine di contorno.

Caterina Gangemi

Triage

17 Ottobre 2009

triageRECENSIONE
titolo originale: Triage
regia: Jaume Collet-Serra
cast: Colin Farrell, Paz Vega, Christopher Lee, Kelly Reilly, Jamie Sives, Branko Djuric
genere: Drammatico
nazione: Irlanda, Belgio, Spagna
anno: 2009
distribuzione: 01 Distribution
durata: 96′
uscita nelle sale: 27/11/2009
5

A otto anni di distanza da quel No man’s land che gli valse, tra i numerosi riconoscimenti, l’Oscar come miglior film straniero, Danis Tanovic torna con un dramma bellico d’approccio introspettivo, volto ad indagare nel profondo l’orrore del conflitto curdo-iracheno.
1988. Giovane e ambizioso fotografo specializzato in reportages dalle zone di guerra, Mark (Colin Farrell), si reca col collega e amico David (Jamie Sives) in Kurdistan, alla ricerca dello scoop della sua vita. La spedizione si rivelerà tuttavia, un’esperienza devastante ogni oltre aspettativa, che per Mark,  il primo a tornare a casa, avrà gli effetti di un malessere più interiore che fisico contro il quale non sembra esserci altra soluzione che la terapia.  A tirarlo fuori dall’abisso ci penserà l’anziano nonno (Christopher Lee) della moglie Elena (Paz Vega), già psichiatra dei criminali franchisti e fascista non pentito, che lo aiuterà a far pace col proprio senso di colpa e a far emergere un inconfessabile segreto.
Ispirato all’omonimo romanzo del giornalista Scott Henderson, Triage è purtroppo un film discontinuo e difettoso, che trova nel didascalismo di fondo il proprio principale demerito.  Con andamento goffo e discontinuo, Tanovic tenta maldestramente di colmare i limiti di una struttura narrativa la cui tripartizione (la guerra, il ritorno, la riabilitazione) non offre sufficiente spazio per l’edificazione di un discorso sufficientemente articolato sulla natura del coinvolgimento emotivo e l’etica dei “testimoni” occidentali, e lo fa attraverso l’abuso del più logoro e scontato dei meccanismi: il flashback.  L’effetto è quello di una continua e pedissequa illustrazione degli stati d’animo del protagonista che, oltre a far arrancare il ritmo, finisce per porre l’attenzione su un inspiegabile dilettantismo ravvisabile  in altre discutibili scelte. E così, se rimane senza spiegazione la ragione per cui Elena nel parlare di persona col nonno usi l’inglese, quando invece al telefono gli si rivolgeva in spagnolo, lingua madre di entrambi, risulta invece fin troppo naif la caratterizzazione della donna, costretta sfacciatamente a esibire il proprio sangue iberico attraverso vestiti rosso-corrida e acconciature da flamenco. Mentre è del tutto intollerabile come nell’ultima parte, nel suddetto espediente narrativo “a ritroso” prendano immagine le risposte del paziente Mark alle domande dell’analista, veicolandone il giudizio verso un apologo di dubbia moralità.
E pensare che l’inquadratura iniziale, primo piano capovolto di Farrell, poteva far presagire implicazioni di ben altro livello…

Caterina Gangemi

Smile

27 Agosto 2009

smile_optRECENSIONE
titolo originale: Smile
regia: Francesco Gasperoni
cast: Armand Assante, Harriet MacMasters – Green, Antonio Cupo, Manuela Zanier, Robert Capelli Jr.
genere: Horror
nazione: Italia, Marocco
anno: 2009
durata: 80’
distribuzione: Istituto Luce
uscita nelle sale: 28/08/2009
giudizio: 4

Ogni tanto sbarca nelle sale un horror made in Italy. Queste uscite, non rare ma decisamente timide, fanno sempre nascere una curiosità piena di speranza nel cuore degli amanti del genere. Un nuovo regista dell’orrore è giunto a rimpiazzare re Dario – che occupa stancamente il trono?
Bisognerà pazientare ancora, perché di certo il film in grado di riesumare l’horror nostrano non è Smile.
Francesco Gasperoni
esordisce alla regia con un film che anziché ripercorrere le orme dei maestri italici, si allinea alle tendenze internazionali. Scelta coraggiosa e interessante, che però non è sostenuta da una qualità della pellicola in grado di rivaleggiare con gli horror d’oltreoceano. Un gruppo di amici va in vacanza in Marocco, ma il divertimento dura poco, perché la protagonista acquista una macchina fotografica maledetta che li ucciderà uno per uno. Il tema della vacanza riporta alla mente numerosi film horror usciti negli ultimi anni (Hostel, Ruins, Turistas), mentre l’idea della fotocamera assassina l’abbiamo già vista in Final Destination 3.
Il soggetto non è dunque tra i più originali. Non importa. In questo genere l’originalità è un’optional, come hanno dimostrato gli slasher degli anni Ottanta.
Cosa conta, allora? Una onesta dose paura. Purtroppo anche questa manca: il film di Gasperoni spaventa lo spettatore per circa quindici secondi. Non può bastare.
In fondo, Smile è troppo poco horror sin dall’inizio. L’allegra combriccola di viaggiatori è presentata dalla protagonista che attraverso una serie di fotografie racconta l’intreccio di legami sentimentali nel gruppo. Niente di strano se alla fine del quadretto viene da chiedersi: “Perché non hanno chiamato anche Scamarcio o Vaporidis?”.
Con tanta buona volontà si può resistere a queste prime scene. Magari anche si può sopportare la recitazione goffa dei protagonisti, impegnandosi a denti stretti a trovare qualcosa di buono nel film. Difficile, però, mantenere il contegno quando Manuela Zanier si esibisce in una canzone romantica – nemmeno brutta, ma decisamente fuori luogo.
Il problema più evidente di questo film è una sceneggiatura disordinata, che non riuscendo a definire i personaggi e i punti di svolta della storia, li spiega attraverso i dialoghi in maniera didascalica. Smile passa in modo brusco dalle scenette da commedia adolescenziale ad effetti speciali desueti e deliranti. A ben poco serve il tentativo di dinamizzare una storia con poco sale, alternando steadycam a carrelli e racimolando una serie di luoghi comuni dell’orrore (ispirandosi molto, tra gli altri, a Il mistero della strega di Blair e a La Casa).

Maria Silvia Sanna