Tra le nuvole – Up in the air

28 Ottobre 2009 di cineclick

uintheairRecensione
titolo originale: Up in the air
regia: Jason Reitman
cast: George Clooney, Vera Farmiga, Anna Kendrick, Jason Bateman
genere: Commedia
nazione: USA
anno: 2009
distribuzione: Universal Pictures
durata: 109′
uscita nelle sale: 15/01/2010
5

Dopo l’esordio scoppiettante con la satira di Thank you for smoking, e la pluripremiata gravidanza dell’adolescente Juno, Jason Reitman ricorre ancora una volta alla collaudata formula dell’operetta morale, dissimulata sotto una spessa coltre di humor caustico, per portare sugli schermi l’impietoso ritratto dell’America yuppie e senza scrupoli.
Ispirato ad un romanzo del giornalista-scrittore Walter Kirn, Tra le nuvole è la parabola di Ryan Bingham (George Clooney), fascinoso e affermato cacciatore di teste, ovvero addetto al licenziamento, per un’importante multinazionale. Scapolone incallito e viaggiatore di professione, Ryan non chiede di meglio dalla vita che alberghi di lusso e nuovi bonus di miglia aeree da aggiungere al suo già nutrito carnet, e soprattutto, non teme di proclamare con fierezza i vantaggi del suo status di nomade d’alta quota, rispetto al calore del focolare domestico. Risolutivo sarà l’incontro con due donne: la seducente Alex(Vera Farmiga), una sorta di suo alter ego femminile, e la goffa Natalie (Anna Kendrick), giovanissima collega rampante, le quali, ponendolo faccia a faccia con gli aspetti più aberranti della propria vita privata e professionale, costringeranno l’esistenza di Ryan ad un brusco atterraggio.
Con l’astuzia imbonitrice di un moderno predicatore, il figlio d’arte Reitman riesce ancora una volta a trovare la confezione più accattivante attraverso la quale smerciare il suo mondo di valori familiari dal gusto vagamente reazionario, e lo fa sfruttando i meccanismi più efficaci della sit-com tradizionale: battute a raffica e apologo finale. E’ infatti nel connubio tra la verve del divo Clooney e la precisione di uno script a orologeria che Tra le nuvole si costruisce, veicolando il suo messaggio nella transizione che, dall’osservazione compiaciuta dell’adorabile mascalzone Ryan, culmina nella sua assunzione a monito per chi fosse propenso a farsi sedurre da cotanto modello, non propriamente edificante.
Il che potrebbe anche funzionare, per lo spettatore disposto a riconoscersi in un certo tipo di umorismo e ad abbandonarsi a un po’ di facile risata. Decisamente arduo è invece, per il pubblico più smaliziato che magari ha già avuto modo di vedere all’opera il regista canadese, sorvolare sull’artificiosità di una realtà in cui tutti, ma proprio tutti, perfino l’impiegato medio che sta per essere rispedito a casa, si destreggiano nelle situazioni con l’arguzia del più navigato stand-up comic. Così come è intollerabile tentare di non mangiare subito la foglia e accettare il confluire del cinismo e dell’irriverenza iniziali verso il buonismo più politically-correct che si possa immaginare. Degno di nota, in positivo, l’impegno del cast, ottimo e ben affiatato, capace di reggere con brio l’insensatezza dell’insieme.

Caterina Gangemi

Parnassus – L’uomo che voleva ingannare il diavolo

28 Ottobre 2009 di cineclick

parnassusRecensione
titolo originale: The Imaginarium of Doctor Parnassus
regia: Terry Gilliam
cast: Christopher Plummer, Heath Ledger, Johnny Depp, Colin Farrell, Jude Law, Lily Cole, Verne Troyer, Andrew Garfield, Tom Waits
genere: Fantastico
nazione: Francia/Canada
anno: 2009
distribuzione: Moviemax
durata: 122′
uscita nelle sale: 23/10/2009
7

Non c’è niente che possa impedire ad una storia di essere raccontata”. E’ in questa frase, pronunciata all’interno del film, l’essenza del cinema impossibile e straordinario di Terry Gilliam.
Che il regista americano fosse uno ormai avvezzo a fronteggiare ogni tipo di imprevisto, ormai lo si era capito, e degli infiniti travagli produttivi abbondano le testimonianze su pellicola: da Munchausen a I fratelli Grimm, passando per l’infinito e dolente work in progress del Don Quixote. Ma certo non ci si poteva immaginere che da una sventura suprema, quale la morte improvvisa, durante le riprese, del giovane protagonista Heat Ledger, riuscisse a spremere le proprie risorse al punto di dare alla luce uno dei suoi progetti più ambiziosi e, paradossalmente, più compiuti.
Qui alle prese con la lisergica rilettura del mito di Faust, Gilliam racconta la storia di Parnassus (Christopher Plummer), anziano animatore di un fantasmagorico carrozzone ambulante, sulla cui coscienza grava un insostenibile peso: quello di aver barattato col demonio la propria figlia Valentina (Lily Cole), in cambio del potere di materializzare i desideri della gente. Ma in prossimità del compimento del sedicesimo anno della ragazza, momento concordato per la “cessione”, Parnassus comprende che l’unico modo per tenerla con se è rinegoziare con il maligno, tentando di ingannarlo con un’altra scommessa dalla posta in gioco ancora più alta.
Eccessivo, pirotecnico, poetico, spesso e volentieri imperfetto: “un film di Heath Ledger e amici”, recitano i titoli di coda, per quello che è, invece, un Gilliam allo stato puro.
Perfettamente coeso nella composizione di un cast dove, più che il compianto attore australiano, a farla da padroni sono un autoironico Tom Waits – irresistibile diavolo dandy e viveur – e la mesmerizzante Lily Cole, di fiabesca bellezza, Parnassus si rivela, inoltre, rispetto ai lavori precedenti, più compatto nella narrazione, merito di un tema che ben si presta a divagazioni oniriche e incursioni metalinguistiche.
Abbondano, infatti, allegorie, simbolismi, citazioni filosofiche e riferimenti pittorici, in una fabula che per il regista è mero pretesto per dar sfogo al proprio inesauribile talento visivo. Ed è nel caleidoscopio di immagini, alcune davvero memorabili, di un approccio così figurativo, che le innumerevoli suggestioni, lungi dal disperdersi caoticamente, divengono parte integrante della struttura ridondante ed eccessiva di un film che può solo sedurre, o, all’opposto, infastidire.

Caterina Gangemi

Festival Internazionale del Film di Roma ‘09 – Diario 23/10

24 Ottobre 2009 di cineclick

logoQuasi a sorpresa, la giuria del Festival del cinema di Roma, presieduta da Milos Forman, ha consegnato il Marc’Aurelio d’oro a Brotherhood di Nicolo Donato. Il cinema italiano guadagna il Marc’Aurelio d’argento e il premio del pubblico con L’uomo che verrà di Giorgio Diritti, e la vittoria di Sergio Castellito come miglior attore per la sua interpretazione in Alza la testa. Migliore attrice è risultata Helen Mirren per The last station. Nessun riconoscimento al favorito della vigilia Up in the air di Jason Reitman con protagonista George Clooney.
I premi di Alice nella città sono stati consegnati all’olandese Oorlosgwinter e The last ride, con una menzione d’onore a Vegas.
Si conclude così questa edizione del Festival senza veri acuti, in cui ha brillato senza ombre solo la straordinaria Meryl Streep. La manifestazione non è ancora riuscita ad avere una propria identità e una selezione di film in grado di fare concorrenza ai grandi eventi internazionali.

Beatrice Pagan

Oggi Sposi

23 Ottobre 2009 di cineclick

Layout 1Recensione
titolo originale: Oggi sposi
regia: Luca Lucini
cast: Luca Argentero, Filippo Nigro, Isabella Ragonese, Dario Bandiera, Gabriella Pession, Moran Atias, Francesco Montanari, Carolina Crescentini, Michele Placido, Renato Pozzetto
genere: Commedia
nazione: Italia
anno: 2009
distribuzione: Universal Pictures
durata: 118
uscita nelle sale: 23/10/2009
4

In un altro Paese, o in un mondo parallelo, uno come Luca Lucini sarebbe stato tranquillamente un buon mestierante televisivo, al massimo pubblicitario. Ma nell’Italia degli anni duemila, il mercato cinematografico non sembrava chiedere altro che la sua apparizione: dall’esordio col fortunatissimo teen movie Tre metri sopra il cielo,  genere presto abbandonato a favore della commedia sentimental-sociale (L’uomo perfetto; Amore, bugie e calcetto e Solo un padre), il regista milanese si è subito imposto come “l’uomo giusto al momento giusto”. Attori carini e accattivanti, storie leggere e legate all’attualità, umorismo facile ma non troppo grossolano. Questi gli elementi caratteristici di un cinema che, superando la dicotomia “d’autore”- cinepanettone, è riuscito a coniugare l’intrattenimento leggero con l’appagamento del box-office, e che trova in Lucini e nel collega Fausto Brizzi i suoi maggiori rappresentanti.
Cavalcando la tendenza del racconto corale a episodi intrecciati, Lucini ricorre questa volta -con l’appoggio dello stesso Brizzi in sceneggiatura- a un motivo classico della commedia all’italiana come il matrimonio, per portare sullo schermo le rocambolesche vicende di quattro coppie, diverse per età e estrazione sociale, alle prese con il fatidico momento del sì.
Il poliziotto rubacuori con l’indiana altolocata (Luca Argentero e Moran Atias), il magistrato (Filippo Nigro) represso che cerca di impedire ad ogni costo che l’anziano e ricco padre convoli con una giovanissima massaggiatrice (Carolina Crescentini), i precari intraprendenti (Isabella Ragonese e Dario Bandiera) e gli immancabili “nuovi ricchi” (Francesco Montanari e Gabriella Pession): una galleria di tipi appositamente individuati per sfruttare con humor diversi aspetti del costume italico. Finché si resta nei limiti dell’affabulazione disimpegnata e ridanciana, Oggi sposi funziona pure, e spesso molto bene grazie alla verve degli interpreti e ad alcune gag azzeccate, in particolare negli  intermezzi pugliesi dove un  Michele Placido a ruota libera ruba la scena a tutti col suo contadino bifolco. Ciò che invece non convince è l’ambizione di andare oltre, con un tentativo di sociologia spicciola affidata a battute innocue e incolori (sulla “Casta”, la condizione dei magistrati, il confronto tra culture, ecc), buttate là artificiosamente e, soprattutto, non adeguatamente supportate dall’approccio complessivo del film, tutt’altro che satirico, ma anzi, piuttosto ammiccante verso un certo tipo di cialtroneria. Così come infastidiscono i pistolotti moraleggianti e gli sfottò di situazioni e comportamenti  messi alla berlina e allo stesso tempo riproposti più o meno consapevolmente nelle scelte di regia. Perché vogliamo pensare che, nello sbeffeggiare la starlette televisiva onnipresente per meriti non certo artistici, Lucini abbia dimenticato che il curriculum della bella Moran Atias, valletta di molti show del sabato sera, scelta per il ruolo di Alopa, non comprende certo il training all’Actor Studio. E doveva essere un’iniziativa dello stagista a rimborso spese, quella di spiattellare gratuitamente i marchi degli sponsors , con una sfacciataggine che poco ha da invidiare alla carrozza “griffata” dall’outlet degli sposi cafoni.
Riconosciuto di interesse culturale nazionale, un film spassoso e godibile in superficie, qualunquista e ipocrita nel profondo.

Caterina Gangemi

Festival Internazionale del Film di Roma ‘09 – Diario 22/10

22 Ottobre 2009 di cineclick

logoPenultimo giorno al Festival di Roma e due eventi ad infiammare il pubblico: l’incontro con Meryl Streep e The Twilight sagaNew Moon.
L’attrice ha presentato fuori concorso il film Julie&Julia : una commedia divertente e ben recitata, basata sulla vera storia della famosa cuoca Julia Child e di Julia Powell che ne seguirà le orme a distanza di cinquanta anni. Meryl Streep ha poi parlato del suo mestiere, di quanto sia onorata anche solo di ricevere una nomination all’Oscar e dell’equilibrio necessario per far condividere vita privata e lavoro.
Fans grandi e piccole si sono scatenate per l’anteprima di alcune sequenze tratte dal film e dal backstage di New Moon: a presentarle sono arrivati tre degli interpreti dei Volturi (Charlie Bewley, Jamie Campbell Bower e Cameron Bright) e la sceneggiatrice Melissa Rosenberg. Urla di approvazione ed entusiasmo tra i fans, freddezza generalizzata da parte dei critici.
In mattinata c’è stato spazio per il film d’animazione Nat e il segreto di Eleonora e dell’australiano Last Ride: una fuga attraverso il deserto di un padre con il proprio figlio.
In una giornata così intensa ha fatto la sua apparizione anche il nuovo film dei fratelli Coen: il quasi autobiografico A serious man.
Domani le premiazioni ufficiali di tutte le sezioni di questo Festival sotto tono che non si è distinto particolarmente per la qualità dei film.

Beatrice Pagan

The city of your final destination

22 Ottobre 2009 di cineclick

no-problem_locRECENSIONE
titolo originale: The city of your final destination
regia: James Ivory
cast: Anthony Hopkins, Laura Linney, Charlotte Gainsbourg, Omar metwally, Hiroyuki Sanada, Alexandra Maria Lara
genere: Drammatico
nazione: USA
anno: 2009
distribuzione:
durata: 117
uscita nelle sale: -

5

Costretto, per ottenere il dottorato, a scrivere la biografia dello scrittore latino americano Jules Gund, morto prematuramente dopo aver dato alla luce il suo primo e unico capolavoro, Omar, ricercatore di letteratura presso l’Università del Colorado, apprende con sconforto che gli eredi non gli hanno concesso l’autorizzazione.
Il giovane non si rassegna al rifiuto e incalzato dalla meticolosa fidanzata Deirdre (Alexandra Maria Lara),  decide di fare bagagli e biglietto destinazione Uruguay per incontrare personalmente i Gund e tentare di far cambiare loro idea. Ad accoglierlo nell’enorme e decadente tenuta di  famiglia,  è una sorta di clan, “allargato” e bizzarro  che comprende la vedova Caroline (Laura Linney), Arden (Charlotte Gainsbourg)  e la piccola Portia, rispettivamente amante e figlia dello scrittore, e il fratello Adam (Anthony Hopkins) col suo compagno Pete (Hiroyuki Sanada). Con la sua apparizione improvvisa, Omar getta immediatamente scompiglio all’interno del gruppo, già in precario equilibrio, trovandosi suo malgrado al centro di intrighi e torbidi segreti che lo porteranno a interrogarsi su se stesso e riconsiderare la propria vita.
Che James Ivory sia un tipo poco incline al cambiamento appare ormai una certezza definitiva. E’ infatti sufficiente ripercorrerne la lunghissima carriera per osservare come, dagli albori del sodalizio col fido Ismail Merchant ad oggi, il suo cinema sia rimasto prodigiosamente immutato. Luoghi esotici, atmosfere ovattate e raffinate, influenza letterarie e cast di gran pregio: difficile riscontrare l’assenza di uno solo di questi  requisiti in un suo film. Non fa certo eccezione The city of your final destination, che sancisce ancora una volta la collaborazione con la sceneggiatrice Ruth Prawer Jhabvala, qui coinvolta nell’adattamento dell’omonimo romanzo di Peter Cameron, che aggiunge al Gran Tour del regista californiano una nuova tappa, il sud America.  Un Uruguay osservato attraverso il filtro del wasp colto e benestante, poco connotato e praticamente neutro, ma indispensabile alla tematizzazione del ricorrente confronto tra culture – peraltro rafforzato dalle origini iraniane del protagonista-  e il cui colore latino è affidato all’accoglienza della gente, e delle donne, soprattutto. Con una regia fatta di messe in scena impeccabili e quadri pittorici, più che di situazioni, Ivory segue il percorso di Omar, dallo smarrimento iniziale all’integrazione, quasi svogliatamente e indugiando nel perseguimento di una leggerezza, passabile in un primo momento, in quanto caratterizzante lo status annoiato-borghese dei personaggi, ma che alla lunga finisce per sfociare in superficialità. Così lo sbadiglio non tarda ad arrivare, ulteriormente spinto dall’inconsistenza di una storia priva di appeal e totalmente prevedibile nei suoi sviluppi sentimentali e dalla recitazione monocorde dello spaesato Omar Metwally.
The city of your final destination è, insomma, un Ivory allo stato puro che certo non deluderà gli appassionati: elegante e impeccabile quanto algido e leccato. Decorativo come un bell’oggetto di pregio da ammirare attraverso una teca, e dalla stessa utilità.

Caterina Gangemi